Insanabile cortocircuito fra malattia cronica ed istituzioni

Contagio. E’ una suggestione che risuona familiare, questa, per gli habitués del Tertulliano, e che ritorna sotto forma di rassegna, stavolta, ad ospitare i germi del lavoro di ricerca incubati in TGA – Teatro Garibaldi Aperto. L’onere/onore di inaugurare la serie è toccato, ieri sera, a “Preghiera, Un atto osceno” di Phoebe Zeitgeist, che ha fortemente voluto questa rassegna, coinvolgendo, poi, altre compagnie indipendenti nell’intento di contaminare anche il pubblico milanese con queste drammaturgie di resistenza, convergenti sui temi della marginalità e messa in discussione della contemporaneità -: testo di Margherita Ortolani (anche in scena, insieme a Vito Bartucca, pure curatore dei costumi), drammaturg Francesca Marianna Consonni e per la regia di Giuseppe Isgrò. Una regia di scomposizione, ricomposizione, frammentizzazione – vivisezione, quasi… -, quella che qui fa conflagrare il pudico riserbo di un dolore privato in una miriade di schegge impazzite in mille direzioni differenti. Di certo: nulla che abbia neppure lontanamente a che fare col registro narrativo o con la poetica del melò.

http://www.spaziotertulliano.it/Spazio_Tertulliano/preghiera.html
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Anzi: tutto è scoppio – le strazianti grida iniziali della protagonista trascinata in scena, a viva forza, dal nerboruto braccio armato della classe medica… -, esplosione – il faro accecante , metafora del disagio di avere occhi inadatti (alla visione) -, provocazione – la sodomizzazione del malato -, denuncia – istrionica iperbole di un lessico medico ora tecnicisticamente asettico, ora paternalisticamente accomodante, ma, in ambo i casi, mistificatorio –  metafora – la gabbia… -, stigmatizzazione – Martina: ridotta alla manipolabile (?) fissità di un sagomato -; fino al punto che passa quasi in secondo piano, lo straziante dolore – urgenza drammaturgica -, da cui tutto è scaturito e che diventa non tanto la madre di tutti i dolori – su cui convergere, confrontarsi, raccontarsi: nella consolatoria condivisione della testimonianza -, bensì l’opportunità per attuare una strategia artistica e politica di altra natura. Decostruire, appunto, quasi a voler togliere la terra da sotto i piedi ad un sistema ottusamente perbenista, che crede che tutto debba poter sempre essere inquadrato in un casellario.

Incisivo, in tal senso, l’apparato didascalico di voci estranianti – alcune delle quali fuori scena, altre invece rese attraverso la surreale emissione della voce del personaggio femminile dalle labbra di quello maschile o dalla loro giustapposizione/sovrapposizione esponenziale -; o, col medesimo intento accusatorio, la restituzione grottesca di dottori-marionette – la solida preparazione fisica dei due performer ha fatto la differenza: per l’intera durata dell’agone teatrale -, la scontata litania dei loro gesti rituali – “Posso toccarLa qui? E qui? Qui? …Fa male?” – e raccomandazioni dalla banalità stucchevole – non isolarsi dalla vita sociale… mantenere uno stile di vita sano… – a stridere con un quadro clinico in evidente degenerazione. Tutto ci parla di questo: dalla gabbia al bastone a tre piedi, fino alla cristallizzazione – nella fissità mono espressiva della sagoma di Martina. – di quella fisicità sconnessa, resa in modo mirabile da una Margherita Ortolani, che ha da subito mostrato che potente strumento espressivo possa essere il corpo attorale, quando si sia imparato a modularlo con la rigorosa disciplina con cui un musicista padroneggia il proprio strumento.

Così qui convivono due elementi apparentemente impermeabili fra loro: un discorso teorico – drammaturgico, ma anche politico, come si diceva – sui rapporti fra normalità e malattia – ma anche sul pregiudizio culturale di cosa esse siano: “O ero pazza o ero puttana”, così la protagonista spiega il suo trincerarsi nel silenzio, in faccia ad un sistema che l’avrebbe voluta remissiva vittima, all’occorrenza, ma poi anche lottatrice irriducibile, capace di guardar dritto nel terribile occhio dell’ignoto tifone, che le stava inesorabilmente rovinando addosso – e, per altro rispetto, il vivido elemento biografico del racconto di un dolore, che si fa poesia – acuta! – specie in alcuni passaggi: nel racconto dello sguardo di chi le è restato accanto – sola autentica cartine di tornasole della reale lacerazione della malattia – o l’efficace introduzione degli evocativi cori – polifonia da tragedia greca, suggestivamente ottenuta dall’eco di risonanza del “Misere mehi…”, intonato a differenti e perduranti altezze dall’inconfondibile timbro vocale di Elena Russo Arman – a far per un istante irrompere l’elemento emozionale con la rievocazione della liturgia penitenziaria quaresimale, che terminano nella supplica: “Misere di te, Martina…”. Come trait-d’-union un apparato scenico, musicale e di luci, che vanno anch’essi sicuramente nella provocatoria direzione della decostruzione: luci sparate, passi spesso gridati, quando la rabbia è incontenibile, o sussurrati, ma ad un microfono che li amplifica; e,  inaspettatamente, edulcorate colonne sonore anni “50 ad ottenere uno destabilizzante effetto scollamento, rispetto a quanto si consuma sotto i nostri occhi.

Eccolo, il senso ‘osceno’ di questa ‘preghiera’; e se conditio di una seppur aspirazione alla verità è la necessità intellettuale di un contesto di significati condivisi – riflette, ad altra voce, la protagonista -, forse, quel che davvero riesce ad arrivare al pubblico è quell’emozione latente, da subito additata come ‘uscita d’emergenza’.

Fino a domenica 17 novembre al Tertulliano.

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