L’oscura poesia sul confine della normalità

Si è da poco conclusa l’ultima replica di “Poetry in motion”, al Teatro Verdi, dove ha trovato ospitalità per tre giorni. Nato da un’idea delle Dott.sse Enza Baccei e Teresa Melorio, si è poi tradotto in un progetto condiviso da artisti, professionisti ed utenti di Botteghe dell’Arte del MAPP – Museo d’Arte Paolo Pini -, centro diurno di Ca’ Granda, dislocato nelle strutture dell’ ex Paolo Pini e che intende l’arte come strumento di cura.

Così non è probabilmente un caso, se lo spettacolo si apre con Luigi Guaineri – attore, qui, oltre che regista –, che entra, alla chetichella quasi, in un palcoscenico ingombro di oggetti – per chi li conosca: immediato il transfert a quei luoghi/umori sempre un po’ sospesi fra ufficio pubblico e frontiera di sopravvivenza -: macchine da scrivere, tavoli, quadri, vestiti, stereo – …ed una panchina, sullo fondo, che fa tanto: “Waitng for Godot” -. Sì, già, ma – entrando – il Guaineri immediatamente inizia a rovistare nel tappeto di fogli sgualciti – e ingialliti dal tempo… -, che simboleggiano quegli appunti scritti fra gli anni “80 e “90 dagli allora internati fruitori della struttura – come non pensare ai nietzscheani ‘biglietti delle follia’? Ma con in più quella natura intima e confidenziale, che ce li fanno più facilmente accostare alla nostrana Alda Merini… -.

http://www.teatrodelburatto.it/teatroverdi/poetry_in_motion.html
http://www.teatrodelburatto.it/teatroverdi/poetry_in_motion.html

Ed intanto dice; anzi cerca di dire: di trovare le parole – ‘ammalati’, ‘assassini’… e poi ancora: ‘perseguitati’ e ‘parenti’, ‘società’… ‘curati’ e ‘amore’, ‘fiducia’ – in un balbettio disorganizzato, sulle prime, che tenacemente cerca un suo senso – sondando le possibili combinazioni, rielaborando le ipotetiche variazione sul tema – e fino a trovarlo in quel: “Gli ammalati e gli assassini sono dei perseguitati. Gli ammalati sono perseguitati dai parenti, gli assassini dalla società. E vanno curati: con l’amore, la confidenza e la fiducia…”. Evidentemente, questo sarà stato scritto da uno dei pazienti di allora, nel tentativo di dar voce e durevolezza ad un suo pensiero. E procede così: in un’alternanza fra prosa e canzoni – e, anche qui: come non pensare al nietzscheano: “La musica non è un’arte, ma una categoria dello spirito umano” o “senza la musica, la vita sarebbe un errore” -, attraverso cui questo gruppo meticciato di utenti delle Botteghe d’Arte e attori – c’è anche un pianista, Sandro Dandria, ad eseguire i brani – ci accompagna nella lettura dei biglietti raccolti e pubblicati nel libro “Folle Amore”, edito da ARCA Onlus nel 1996. Cammei essenziali, spesso canzoni riarrangiate – nei ritmi rallentati e nelle tonalità -, che fanno risuonare in modo ‘altro’, le parole delle pur celeberrime canzoni: “L’isola che non c’è” di Bennato, “Scrivimi” di Nino Buonocore o, ancora, l’ a più riprese riproposta: “Donna cannone” ; e poi “Imagine all the people” o anche “Over the rainbow”. Ma è “Quello che le donne non dicono” della Mannoia, che centra – al cuore! – la questione; è come se fossero ‘malati d’amore’, in fondo: questo, almeno, traspare da quei biglietti… Poi sappiamo bene che la realtà è un po’ più complicata: ce lo mostrano, anche se in modo garbato, alcune scene, quali le fobiche impossibilità di contatti relazionali (specie all’inizio dello spettacolo: al punto che la drammaturgia prevede che un attore esca di scena, non riuscendo a sostenere l’approccio di un’altra degente) o le modalità compulsive (la ragazza che riempie un bicchiere e poi di nuovo lo svuota nel bollitore: e poi ancora, ancora, ancora… come ipnotizzata da quella meccanica ripetitività).

E così probabilmente è più facile capire cosa porti un pubblico non necessariamente coinvolto – nel senso: non per forza legato a questo progetto riabilitativo o alle risorse messe in campo – ad accostarsi ad un mondo, che fino a qualche decennio fa soltanto veniva ‘sepolto vivo’ in dei ‘lager nel cuore di Milano’ – suggestioni rubate ai biglietti letti in scena -; ed è più facile capire quanto una certa ‘malattia mentale’ sia tangente da vicino ad un normale disagio esistenziale: e quanto, allora, tocchi fare i conti con una realtà che sarebbe troppo facile ghettizzare e delegare in toto ad asettiche strutture proposte – in una testimonianza si racconta di quanti ‘principi, principesse, regine e belle persone’ abitino, anche fra medici e personale, quei luoghi: e a quanto sarebbe un peccato tenerli rinchiusi là dentro, anziché lasciarli andare in giro a diffondersi nel mondo -. Un messaggio che arriva forte e chiaro: passando per la ‘pancia’ – e per l’emozione: canale a cui non deve rinunciare, un teatro che voglia ancora potersi dire tale -, oltre che per la testa – sensibilizzazione: oltre che promozione di competenze con valore socio-relazionale -; e attraverso le immagini: quelle proiettate, in una sorta di filmino super 8 casalingo, in chiosa o quelle del ragazzo ch’ entra in scena lacerando la fessura da lui stesso incisa in un’ipotetica quarta parete o ancora lui – forse solo per casualità -, che si agita sotto un drappo rosso in preda ai suoi fantasmi, a ricordarci – sempre in modo ‘protetto’ e garbato – che non è solo un gioco edulcorato. E – nel frattanto – le mille piccole cose di cui è fatta la vita: ansie, aspettative, paure, speranze, richieste, desideri, che un certo disagio complica, ma da cui non dispensa. Bravi tutti: secondo le proprie competenze e abilità; generoso, in più, chi -come Guaineri – ha saputo spendersi in una presenza ‘prima’, ma ‘inter pares’.

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