FARSA CARMAGNOLA E LA FORZA SALVIFICA DELL’ARTE

Alla sala Cavallerizza del Teatro Litta di Milano dal 7 al 12 novembre 2023, “Con la guerra nel cuore” si presenta come uno spettacolo dalla coralità curiosa ed interessante.

Progetto e regia di Alberto Oliva, questo “Il Conte di Carmagnola di Alessandro Manzoni per attrice sola”, come si affretta ad informarci il sottotitolo, si avvale della drammaturgia di Bruno Stori, mentre l’attrice sola è Rossella Rapisarda, supportata dalle scene e costumi di Francesca Ghedini, disegno luci di Alessandro Tinelli e l’avvolgente ambientazione sonoro-musicale di Marco Pagani.

IL PROGETTO

Se le reminiscenze liceali ancora ci consentono di ricordare che, assieme a “L’Adelchi”, “Il Conte di Carmagnola” è l’altra delle due tragedie manzoniane, la prima felice intuizione di questa riscrittura è la capacità di volgerla in farsa. In fondo chi, che non sia un cultore del genere, a coronamento di un’intera giornata di lavoro, avrebbe ancora voglia di lasciarsi pervadere dalla drammaticità di una storica rammemorazione delle tragiche vicende di neglette battaglie tardo medievali? A maggior ragione, allora: come pensare che questo potrebbe incuriosire vivaci scolaresche deportate in coercitive matinées? Eppure fare teatro è appassionarsi ad un progetto, creare una drammaturgia o impossessarsi di una già scritta, costruire uno spettacolo e… puntare al maggior numero possibile di repliche – sia per il piacere di raggiungere un pubblico quanto più vasto, sia (perché no?), perché, se di questa nobil arte si deve anche vivere, occorre fare i conti con la reale distribuibilità.

Potrebbe essere un'immagine raffigurante 1 personaQui, però, l’idea di volgerla in burla non è solo una scelta strategico funzionale, ma anche di senso. Infatti, riesce sia a restituirci tutta la futilità di azioni tanto scellerate, quanto spesso figlie di cipigli bambineschi, sia ad evidenziare tutta la risibilità. sia pur amara, ahimé, e drammatica, che ammanta questi pretesi grandi. E qual modo migliore, per significarne la puerilità, se non quello di mostrarceli intenti nell’attività più tipicamente infantile?

Dal gioco sul cavallino al cavallo degli scacchi (quasi a riconoscergli uno status più dignitoso), il passo è breve; ed è tanto più penetrante il fatto che, in questa scenografia, tutti i pezzi, sani o rotti che siano, sono dello stesso colore, riecheggiando efficacemente il manzoniano grido: ”D’una terra son tutti: un linguaggio/Parlan tutti: fratelli li dice/Lo straniero” a render ancor più atroce e attuale il conflitto.

IL SOLDATINO

Se questi sono i prodromi, non fa specie che l’attrice sola vesta la divisa di un soldatino, altro pezzo forte dei giochi d’infanzia d’antan. Un po’ soldatino pasticcione, un po’ divertente Tamburino, la notizia che deve portare è la cronaca degli antefatti, che condussero a quella guerra e come andarono i fatti, complotti e sotterfugi, fino al drammatico epilogo. Confuso, trafelato, disoriento – tanto e tale, il clamore dei fatti -, non perde smalto nello sciorinare chi, come, cosa, dove e quando, complici anche la cartina geografica, il cavallo e i pedoni, oggetti di scena, e le pesanti funi rosse a gravarlo dell’onere di illustrarci le intricate alleanze, i volta faccia e gli inauditi tradimenti.

Eppure è sul perché, che ha valore aggiunto soffermarsi.

Potrebbe essere un'immagine raffigurante 1 persona

Accompagnato, sostenuto e coadiuvato dalle musiche del tempo (i flauti e i clavicembali per le atmosfere di corte, le trombe, invece, e il rullo dei tamburi a spronar la pugna), questo disarmante narratore è anche coro in senso manzoniano. Quel “cantuccio”, che l’autore riserva per sé, per esprimere riflessioni d’ordine generale, nonché il proprio parere senza inficiare le correttezza storica e narrativa dell’azione. Ed è qui, che riesce a prendersi quegli splendidi spazi di libertà, in cui ironizza sul senso della guerra (di ogni guerra!), dopo aver sottolineato come la pace sia uno status insostenibile all’uomo, strutturalmente amante dell’adrenalina, che solo la guerra sarebbe in grado di scatenargli. Riecheggiano le parole dello shakespeariano Enrico III; non fu, del resto, Manzoni, un estimatore del Bardo? Allo stesso modo riecheggia, nell’attesa del Carmagnola, convocato dal Doge (“Che ne sarà di me? Profugo o condottiero?), l’accorata trepidazione di Otello a inizio tragedia.

Ancora: interessantissimo è lo spunto al mito di Venere e Marte e al singolare rapporto fra Bellezza e Guerra, che sembra voler volgere in senso dostoievskijano – non più la Bellezza della Guerra, ma la Forza della Bellezza, che solo l’Arte, col suo atto di furore creativo, saprebbe donare.

OLIVA/RAPISARDA: SODALIZIO ARTISTICO VINCENTE

Inaugurato nel 2019 con “Il fu Mattia Pascal” e proseguito l’anno scorso con “L’uomo, la belva e la virtù”, questo nuovo spettacolo, che vede insieme il progetto e la regia di Alberto Oliva con l’attoralità in scena di Rossella Rapisarda sembra muoversi in un solco, che va via via definendosi sempre meglio e acquistando cifra e spessore specifici. Se da un lato, infatti, la mano del regista sembra potersi finalmente muovere in cornici giocate d’inattesa libertà, nell’evocare personaggi dalla grazia tutta naive alla Giulietta Masina, dall’altro la performatività in minore della Rapisarda, con la sua leggerezza rarefatta, ma non per questo, meno esplosiva o coinvolgente, all’occasione, a sua volta pare trovare una collocazione, che la (ri)avvicina a quel teatro urbano e teatro ragazzi, vocazionali della compagnia degli Eccentrici Dadarò, di cui è anima pulsante.

Potrebbe essere un'immagine raffigurante 1 persona

Così la vediamo generosamente volteggiare, gigioneggiare, scalmanarsi… instancabilmente raccontare, azzardare, sussurrarci… e poi finalmente sciogliersi in un epilogo drammatico, ma che con la sua grazia leggera riesce a offrirci in un soffio di differente possibilità.