Il volo de-siderale: cronaca di un’inabilità annunciata

Quante forme ha l’amore? E – quante… – la solitudine, l’isolamento, la malattia? Quante, ancora, la speranza, la… ‘desideranza’?

http://www.teatrialchemici.it/index.php?scheda=desideranza
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In questa pièce tutto si consuma al quinto ed ultimo piano di una casa, in cui si sono ritirati due fratelli – disabile, l’uno: dalla nascita; inabile l’altro: reso tale dalla vita – ad aspettar che passi la processione del Santo. Sono entrati dalla porta, resa scenicamente dai due gradini della scaletta che conduce al palcoscenico e su cui per buona parte del tempo resta acceso un occhio di bue: perché quella soglia è lo spartiacque fra il mondo che si sono incontrovertibilmente lasciati alle spalle e quello spazio sgombro, ma affollato dai pensieri, parole, ricordi, rituali, ammiccamenti, speranze, ripensamenti, che accompagnano Pino e Sergio al loro volo (de)siderale, che li consacrerà ‘santi martiri’, nei loro vaneggiamenti. Gli attori erano venuti a bordo palco a consumare il loro rito: quel ‘bagnarsi’ le maniche – solo dopo ce ne verranno svelati il contesto e le implicazioni – non a caso in un ambito non differente da quello della platea, quasi a significare una comunanza ideale con ciascuno. Già, perché quello che è successo – e che sarebbe potuto succedere a chiunque – è una ‘disgrazia’ – ‘si’ e ‘ci’ dicono -; mentre quel che lentamente – e renitentemente – va prendendo consistenza, in quel non luogo che è la soffitta – sorta di cerchio magico, dove le pietose fantasie dei due uomini acquisiscono spessore fino a venire alla luce a conclusione di un parto travagliato eppure inevitabile – è quel che in qualche modo restituisce la specifica qualità del loro precipuo essere-al-mondo: un modo fatto di rapporti morbosi, ora teneri e giocosi – quel loro reciproco chiamarsi ‘Tesoro’ o identificarsi in personaggi da cartoon con tanto di slang inglesizzante -, di cura reciproca – se è Pino, in affetti, a sentirsi a tal punto responsabile del fratello da ritenere impensabile il non portarlo con sé per sottrarlo alla via crucis di assistenti sociali ed istituti a cui lo lascerebbe, è, per altro rispetto, Sergio ad essere definito ‘faro’ e ‘dono’: di certo perno attorno cui Pino ha costruito la propria esistenza nel bene e nel male e senza cui non saprebbe come collocarsi -, di contatti dalla fisicità ancestrale e di una complicità chiaramente figlia di lunghe angherie subite insieme: come i brevi ricordi di quella madre ‘lettona’, ‘cicciona’, ‘mangiona’, ‘pisciona’ e ‘cagona’, che li chiama senza posa perché vuole che stiano con lei – dissuadendoli dal frequentare ragazze, ‘tutte buttane’: da clichet – ben lasciano intuire; e questo spiega anche quel bisogno di essere ‘puliti’ e ‘profumati’, in quella loro unica/ultima impresa: quasi a voler ancor più prender le distanze dalla genitrice vessatoria e maleodorante. Il tutto viene reso in modo feroce, a tratti – perché Pino, che pure lo ama di una tenerezza smodata, talvolta lo definisce ‘geco’, il suo fratello ‘friabile’… e Sergio, dal canto suo, lo appella ‘parassito’ -, ma leggero – non mancano le boutades, più o meno volute, di Sergio, che, in alcuni momenti davvero sembra incarnare quel principio di realtà, che dovrebbe invece essere Pino – dalla sapiente scrittura di Luigi Di Gangi ed Ugo Giacomazzi, reduci da esperienze di laboratori teatrali con persone diversamente abili; e lo si intuisce subito: sia dall’approccio ludico che il fratello ‘sano’, spesso adotta con l’altro, per vincerne le resistenze, sia – soprattutto – per via di quella mimica – la rigidità dei movimenti, quell’anchilosare le dita o ridistenderle, subitaneamente, con scatti repentini, o, ancora, quel volto stravolto eppure quasi inespressivo per via di uno sguardo costantemente sfuggente… – che Giacomazzi riesce a sostenere e a far risuonare – per l’intera durata – con inevitabile impatto emotivo.

E poi alcune idee vincenti: dalla scelta dell’ambientazione – quel non-spazio, che forse un po’ suggestiona la soffitta, da cui presero il volo Wendy ed i suoi fratelli, seguendo Peter Pan sull’Isola-che-non-c’-è; molto disneyano, del resto, nelle suggestioni, quanto meno, è pure la scelta del tappeto volante… – a quella finestra quale unico oggetto scenografico – finestra identificata da una tenda a fiori e attraverso cui filtra una luce vespertina, già presaga di tramonti… -; da alcuni movimenti scenici – quante corse circolari: chiara allusione a qualcosa di irrisolto ed irrisolvibile… – ad una scrittura drammaturgica, che – di pari pari – spesso torna ad involversi nelle sue stesse spirali: a significare un pensiero oramai in scacco ed incapace di qualsiasi processo evolutivo-; e poi la mimica di quel confetto rosso…

Queste, le mie suggestioni riportate da “Desideranza”: in scena al Tertulliano fino a domenica 01 Dicembre, a coronamento della rassegna/gemellaggio col Teatro Garibaldi Aperto (Palermo), il “Contagio”.

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