“Cuori spezzati, ossa infrante” e tutta la sagace ironia della Coletti
In data unica, domenica 30 novembre 2025, al Teatro della Quattordicesima di Milano, ha esordito “Cuori spezzati, ossa infrante” di Gianna Coletti e Claudia Galli – in scena la stessa Coletti, accompagnata al pianoforte dal maestro Giuseppe Guerrera. L’occasione prossima è stata quella Giornata Internazionale per l’Eliminazione della Violenza contro le Donne, ricorsa giusto qualche giorno prima… Torna in mente la rima di una vecchia canzone di Guccini: “non è proprio il giorno del tuo compleanno/però è di domenica, che le feste si fanno…”. E non fa scalpore, qui, il termine festa, perché, con quell’ironia giocosa, ma tagliente, a cui ha abituato il suo pubblico, anche in quest’occasione la Coletti non manca di volgere il dramma in beffa, mostrando, ancora una volta, la straordinaria potenza dissacrante di quella risata capace di seppellire benpensanti e bacchettoni.
Da “Mamma a carico” ad “Almenopausa”, i passi di uno stilema
Sono trascorsi oramai una decina d’anni da “Mamma a carico”, spettacolo brillante a raccontare quel già di per sé complesso rapporto madre/figlia, che non può che farsi ancor più complicato, quando si sfiora il paradosso del mia figlia ha novant’anni, come pur recitava il sottotitolo di quello spettacolo. I tratti della madre – oramai anziana e non sempre lucida, ma dalla tempra irriducibile -, ce li avevano mostrati già qualche anno prima “Tra cinque minuti in scena”, film di Laura Chiossone, giocato sul doppio binario della vita lavorativa di una non più giovanissima attrice di un teatro di periferia e la faticosa gestione dell’anziana genitrice. Eppure, nonostante l’impietosa autenticità della visione amplificata dal maxi schermo, quel che traspariva era la cura – arguta e mai succube o accomodante -, capace di sdrammatizzare, quasi a voler restare fedele a un rapporto, che doveva esser stato senz’altro scanzonatamente complice.

E questa stessa cifra d’ironia ed auto ironia, disperazione, a tratti, e dissimulata tenerezza, rimpianto, forse, eppur giocosa e graffiante commozione, la ritroviamo intatta in “Almenopausa”, scritta a quattro mani con Valeria Cavalli, a ironizzare sui disagi e gli scompensi dell’avanzar dell’età.
“Cuori spezzati, ossa infrante”: i segni dello spettacolo
È proprio da una palestra del genere, che stilla “Cuori spezzati, ossa infrante”. Qui non solo troviamo quel milanesissimo modo di lasciarsela scivolare addosso – “frègas”, tradurrebbe il milanese abbruttito -, che ha più a che fare con la leggerezza che con la superficialità – Italo Calvino docebat -, ma, ancora una volta, assistiamo ad uno sciorinare di competenze e informazioni, che vanno ben al di là di quelle di chi abbia semplicemente fatto bene i propri compiti.
Intanto la scenografia: semplice – un pianoforte, una sedia e una chitarra suonata dalla stessa Coletti. Strategicamente in traiettoria rispetto all’ingresso dell’attrice, un attaccapanni. L’oggetto già di per sé potrebbe allude all’appendere il cappello, espressione con cui l’uomo accasato un tempo ironizzava sui benefici della comoda stanzialità del matrimonio, se non fosse per il suo essere ingombro di un nugolo di scarpe scarlatte, inequivocabili monito nel loro pur tacito dire. Eccolo già da qui, lo scanzonato modo di mixare serio e faceto – canzoni e prosa, poi, e, per ambo i generi, tradizione e contemporaneità, classicità e attualità, dramma e ironia -, quasi a voler ricordare, con Rabelais, che ridere, soprattutto, è cosa umana. E quanto bisogno d’umanità c’è, in fondo, nell’impari impresa di riportare alla giusta angolazione delle cose!
Fra canzoni e prosa
Incastonata in questa inequivocabile cornice, è lei, una come sempre straordinaria e autentica one woman show a tutto tondo, ad accompagnarci in quella che inizia come una cantata. Si comincia con Sergio Endrigo e la sua “Via Broletto”, che immediatamente strizza l’occhio al parterre di pubblico, a maggioranza femminile e di età anagrafica decisamente in rima con gli anta, che divertita canticchia, a memoria, forse, di anni più spensierati. Già, ma poi, Gianna Coletti, di rosso vestita, puntualmente ne smonta le iperboli a suon di spassosissimi paradossi, mostrandone il retro pensiero – neanche poi tanto celato.
E avanti così, dall’ “Hymne à l’Amour” di Édith Piaf a “Una carezza in un pugno” di Celentano a, ancora il “Tango della gelosia” di Claudio Villa, in un’ora buona di spettacolo, che non tralascia di attraversare – con piglio, afflato e interpretazione impeccabili – l’estremo monologo di Otello e brani teatrali rubati, fra gli altri, a Franca Valeri, Franca Rame e Dario Fo, per non tacere il riferimento a “Flush” di Virginia Woolf. Da “Solamente gli occhi” di Laura Betti fino a intercettare l’oggi, con “Quest’amore è una camera a gas” della Giannini per spingersi in un’improvvisazione trap di “Tre messaggi” di Emis Killa, a dimostrazione di quanto un certo pensiero sia ancora pericolosamente radicato.

Né si esenta dal ricordare dati e date – l’adulterio femminile depenalizzato solo a fine ’68, il delitto d’onore abolito nel recentissimo 1981 e la legge contro lo stalking finalmente approvata nel 2023. E va avanti così, senza scordarsi di sottolineare i campanelli d’allarme come tacite fermate obbligate di quella, che sarebbe altrimenti potuta sembrare la giocosa gita fuori porta di “Una domenica”, graffiante come quella cantata dalla Vanoni. Ed ecco che questa disperate hauswife, “graziosa e stupidina – canticchia – lui mi vuole così” non manca di soffermarsi sulle lapidarie “controllo” – che non è protezione -, “isolamento”, “intrusione”, “possesso” – che non è amore -, “colpevolizzazione”.
Concludendo
E pur se l’arguta e intelligente drammaturgia è ben confezionata, quel che brilla è proprio lei, l’incontenibile Gianna, artista dall’autenticità innegabile, padrona di un palcoscenico, che abita con tutta la nonchalance di chi viene da una solida gavetta e quelle assi se l’è guadagnate a suon di competenze pazientemente e minuziosamente acquisite, al punto da poterle, ora, sciorinare così, con una leggerezza, che è figlia di un’arte in filigrana alla vita – e di un’esistenza, che certamente è scorsa impreziosita da un’arte totalizzante. E quel Pachelbel rock, con cui si conclude lo spettacolo, ce ne restituisce tutto il graffio e il carisma, davvero sciogliendo in carezza il pugno e in applauso, la commossa emozione.
