Una RISPOST@UA forte alla banalità del: “Come stai?”
In scena da giovedì 1 a domenica 4 ottobre, a IsolaCasa Teatro, nella prima settimana di programmazione del Milano Off Fringe Festival 2026, “RISPOST@UA” di Neda Nejdana con in scena e alla regia la giovane, ma già affinata Anna Bodnarchuk.
Sarebbe riduttivo incasellare “RISPOST@UA” nel genere “Teatro di narrazione” a tema “guerra ucraina”. Se, infatti, tecnicamente questo è, di fatto, poi, la preziosità e intelligenza del testo, supportate dalla sapientemente modulata bravura dell’attrice, ci squadernano tutt’un’altra storia – fatta di un’anormalità costretta a volgersi in normalità anomala, per poter sopravvivere. È il racconto della risposta, appunto, data via social all’amica d’infanzia russa, che chiede a lei, ucraina, di farle da damigella d’onore nel giorno del suo matrimonio. In realtà, solo l’occasione prossima per scoperchiare non tanto le ben note atrocità della guerra, ma i paradossi, i silenzi assordanti, le contraddizioni e la “vigliaccheria” istintiva di chi si scopre ancora vivo, nonostante tutto, e il devastante senso di colpa che lo paralizza – e, però, anche la voglia di non cedere al rancore, alla ferocia e alla vendetta.
Questa, in sintesi, la trama. Poi, però, quel che il plot non può raccontare sono due aspetti – diversi eppure altrettanto sorprendenti -, che immediatamente colpiscono: primo fra tutti, la preziosità della scrittura. Non c’è bisogno di sapere prima chi l’autrice sia (“Nadiya Leonidivna Mirochytchenko ( in ucraino: Надія Леонідівна Мірошниченко ), nota anche come Neda Nejdana ( in ucraino: Неда Неждана ), nata l’ 8 giugno 1971 a Kramatorsk nella regione di Donetsk, è una poetessa, drammaturga, traduttrice, giornalista e critica d’arte ucraina” […] È anche a capo del dipartimento di progetti teatrali presso il Centro nazionale per le arti teatrali Les Kurbas e del dipartimento di arti performative presso l’Università internazionale di Kiev. “Una vera ambasciatrice del teatro ucraino in Europa”, può facilmente reperire sul web chi non ricordasse il Premio nella categoria Teatro assegnatole nel 2004 alla Biennale); colpiscono subito, la sua scrittura pulita eppure intrisa di una profonda liricità prosaica e quel modo di quasi minimizzare le cose, con cui, senza enfasi, ci tira in ballo nel bel mezzo del suo discorso – quasi fosse un giorno qualunque, quasi ci fossimo lasciati solo il giorno prima su quelle stesse questioni e, l’indomani, naturalmente tornassimo a ragionarci.
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Secondo, poi, quel suo modo di articolare la narrazione quasi fosse un giallo: gioca al gatto col topo con la nostra suspance – e, se anche un po’ lo presentiamo, dove si andrà a parare, è talmente ammaliante, la sua rete narrativa, da desiderare di essere accompagnati per mano fino a una fine, intesa come molto di più del semplice epilogo del racconto. Risultato? Nonostante che la storia sia ambientata nell’Ucraina dei nostri giorni martoriata dalla guerra – e, nei fatti, di quello parli -, l’escamotage di farci irrompere in quella prosaicità spicciola – la moka sul fuoco e la giovane donna sgomenta di fronte alla banalità di quel: “Come stai?”, scrittole, via social, dall’amica d’infanzia, ora nemica di barricata e che pure la vorrebbe come damigella al suo matrimonio, “Perché anche in un guerra non si può rinunciare alla visibilità mediatica”, ironizza -, ci catapulta in una dimensione del tutto diversa. Non è la guerra stralciata dai tg o dagli approfondimenti delle trasmissioni a tema, dai superstiti scampati nei nostri Paesi o dei reporter testimoni di quegli orrori; è come se fossimo lì, in un giorno qualunque, fra un bombardamento e l’altro, sfuggiti , noi pure, all’ennesimo insensato tiro al bersaglio di un cecchino che neanche sa bene dove mira, con tutto il conforto-e-lo-sconforto di averla, anche per questa volta, sfangata. E, probabilmente, è proprio la capacità di costruire questa prosaicissima contiguità a farci abbassare le difese abbastanza, da congelarci in un ascolto senza melodrammi – e che, proprio per questo, riesce a farci toccare con mano la durezza e l’ironia, ma anche la soffocata fragilità, la rabbia, l’orgoglio e le ragioni, di chi ragiona forse in modo diverso da come faremmo noi…

Ma un buono spettacolo non è solo una drammaturgia ben scritta; “RISPOST@UA” è un ottimo spettacolo anche per la cura e la ben modulata passione, con cui la giovanissima Anna Bodnarchuk – una sottilissima catenina al collo, da cui pende una minuscola iniziale, pegno, forse, di affetti rimasti lontani – si assume il duplice ruolo di regista e interprete. Ammirevole, la scelta di oggetti alla Gozzano – che immediatamente danno un senso di prosaica autenticità -, coerentemente portati in scena. Come per la scrittura, anche nella regia nessun orpello, fronzolo, gratuità: tutto funzionale ad un’azione, che la Bodnarchuk agisce in modo cristallino, scegliendo la misura di chi, forse, non può ancora permettersi di tornare a respirare – e, così, i rumori della guerra, nel tappeto sonoro iniziale, ci giungono come attutiti, quasi lontani, probabilmente più in senso emozionale, che di prossimità fisica. Appassionata e fiera nel sostenere le ragioni del popolo ucraino, ma non meno nello snocciolare l’assurdità e la ferocia di un conflitto che vede opposti ucraini con cognomi russi e russi con cognomi ucraini – in barba ai giochi di potere agiti al sopra delle loro teste. Annientata da quest’ennesima persecuzione – “144, dice, dal medioevo in qua” -, eppure indomita nel non voler cedere all’odio e alla vedetta, ci accomiata non tanto con un banale happy end di circostanza, ma con la preziosa lezione – impreziosita dal fatto di essere vissuta – che la musica, nel suo caso – ma credo possa dirsi lo stesso di una qualsiasi forma d’arte o autentica passione -, è in grado di convogliare le nostre energie in senso virtuoso. E riecheggia quel: “Senza musica, la vita sarebbe un errore”, Nietzsche docebat.

