Sagace Orsini, da 70 anni in scena in attesa del Temporale
Al Piccolo Teatro di Milano dal 2 al 21 dicembre 2025, “Prima del Temporale” nasce da un’idea di Umberto Orsini e Massimo Popolizio, impegnati, rispettivamente, anche in scena e alla regia.
Più che un tributo ai settant’anni di palcoscenico dell’attore, pare una sorta di rievocazione. Un po’ Dickens, un po’, inevitabilmente, Strindberg, sua cifra è il tempo dell’attesa: in camerino, prima che lo spettacolo inizi, in compagnia dei fantasmi del passato – sì, ma, non meno, delle presenze dell’oggi, aspettando un chi è di scena dall’inevitabile allusione simbolica.
Intento anti celebrativo
In un perfetto sincrono delle unità aristoteliche e, forse, a esorcizzare l’inevitabile spettro della commozione, in cui un’operazione del genere facilmente rischia di scivolare, lo spettacolo colloca la lunga ora abbondante dell’attore in camerino, prima dell’entrata in scena nel “Temporale” di Strindberg, in una cornice decisamente realistica. Gli arredi essenziali e un po’ sgualciti dal tempo di quello, che ha tutta l’aria di essere un camerino di provincia, il finestrone, da cui filtra la luce blu della sera, l’andirivieni della costumista e perfino la sigaretta accesa dall’odore pungente, prontamente intercettato dall’addetto alla sicurezza: tutto ci parla di qui e ora.
Eppure c’è come un’interferenza, una distonia appena percettibile, ma sufficiente a proiettarci in un curioso universo a due dimensioni. Il passato si confonde col presente in ricordi, che si fanno proiezioni animate sui muri. Ed ecco che comincia, la rievocazione di una vita dedita al teatro e al rutilante mondo dello spettacolo, dove, a tratti, pubblico e privato scolorano l’uno nell’altro.
Eco dickensiana
Tutto viene messo in moto dalla consegna di un misterioso pacchetto – “L’ennesima mémoire…”, giocherà a supporre l’attore, che, caustico, stocca: “Oggigiorno tutti scrivono autobiografie!” -, contenente quella, che parrebbe essere la copia originale del suo amato romanzo di formazione. “Dove corri, Sammy?”: profetico, quel titolo. Dicitura originaria “What Makes Sammy Run?” – che meglio specifica: “Cosa ti spinge a correre…” –, racconta del giovane fattorino ebreo Sammy Glick e della sua scalata fuori dal ghetto, fino ai vertici come sceneggiatore della Hollywood anni ’30.
Così, ci racconta la sua vita, Umberto Orsini. Quasi uno Sgrooge dall’ironia graffiante e divertita, ne ripercorre le tappe in un lunghissimo carosello dai colori forse ossidati, ma dai ricordi inossidabili. Fra pellicole in bianco e nero e rotocalchi dalle tinte glamour e in tecnicolor: dall’esordio come apprendista notaio nella provincialissima Novara, alla scintilla, quasi casuale, che lo proietterà a Roma per il provino in Accademia. Da lì, l’inarrestabile ascesa verso una carriera, ripercorsa attraverso la memoria comune del suo pubblico, spesso un po’ agé, e solo rare e misurate concessioni al privato; meno ancora, gli affacci a ciò che gli si agita nel cuore.
Aspettando con Strindberg
Se lo spettro della Stagione Passata ha le tinte morbide di colori pastello pur dai toni vivaci, quello dell’Oggi pare dominato da una una pur dissimulata attesa dal sapore strindberghiano, appunto. Inevitabile che quel Temporale continuamente nominato – pur minimizzato al solo titolo della pièce prossima all’andata in scena – non faccia pensare anche ad altro. Eppure non c’è commozione, né cordoglio, in questo Orsini Peter Pan, che ancora sgambetta e recita con la generosa facilità del Primo Attore.
C’è leggerezza e fatalità, piuttosto, verso un’eventualità che, in barba all’età, ancora sembra non sentirsi addosso. Alla domanda della giovane assistente, se gli spiaccia che quella che sta per andare in scena sia l’ultima replica dello spettacolo, forse troppo prontamente ribatte: “L’ultima? Non penso mai che sia l’ultima…”. Questo risponde a lei, che, come noi pubblico, ci riconosciamo in quel suo non stancarci mai di restar lì, ad ascoltare le storie del teatro.
Pagliuzza d’oro e drammaturgia della scelta
Come un impercettibile tuono, che, sordo, rumini in lontananza, altra funzione pare non avere, il finestrone, sul palco, dalla luce di zefiro, se non di sentinella nella notte a scongiurar la tempesta. Forse è solo la ricerca di una spiegazione razionale a quella strana agitazione di sottofondo, che gli fiacca la voglia di andare in scena – l’elettricità nell’aria rende inquieti… Forse, il malcelato timore per lo Spettro del Prossimo Natale, che non può non sfiorarlo. Illuminate, in tal senso, il racconto del sogno, in cui i suoi compagni d’Accademia, ancora giovani, lo deridono e di fronte ai quali prova vergogna per la sua età. “Le mille-e-una-ruga: così, mi chiamava Pani”, si schernisce.
Così snocciola l’oziosa attesa, ricordando che la vita, che ha un dente d’oro – recita, un antico adagio bulgaro, alludendo a quanto di artificioso e menzognero si annida anche nella più autentica delle esistenze -, inevitabilmente scivolerà via “come un dente dalla gengiva: senza dolore”. Eppure il Demone è lì e – complice forse un malcelato pudore o, forse, la modestia dell’autentico servo di Scena – in più occasioni, preferisce affidarne ai grandi classici, il compito di esorcizzarlo. Notevoli i cammei della pascoliana “Cavallina Storna” o del pirandelliano “Uomo dal fiore in bocca” o, ancora, dello straziante monologo di Ivàn de “I fratelli Karamazov”, che l’ingegnoso artificio tecnico svela forse essere il più suo. Certo: tutti brani tratti dalla sua copiosissima carriera; eppure, c’è una drammaturgia sottesa ad ogni scelta…




