PREMIO HYSTRIO 2025. SdisOrè brilla nella fiamma di UROR
Fra le tante proposte di questa trentaquattresima edizione di Premio Hystrio, al Teatro Elfo Puccini di Milano dal 16 al 21 settembre 2025, brilla “SdisOrè” di Gruppo UROR. Le parole sono quelle di Testori, sì, ma a portarle in scena è il cuore pulsante della giovane compagnia al femminile: una straordinaria Evelina Rosselli a dar voce, corpo e sostanza alle maschere e marionette dai tratti grotteschi, la cui accurata realizzazione è affidata alla cofondatrice Caterina Rossi.
C’è del pensiero
La cosa che salta all’occhio, fin dalle primissime battute dello spettacolo, è lo studio attento e minuzioso di quel che si cela nella stratificazione del testo. Già l’entrata della Rosselli, così, di sguincio e quasi alla chetichella, in una sala inondata dalla penombra – unico fiotto di luce, lei, con la sua voluminosa valigia “dei sogni” -, ben restituisce lo spirito del titolo.

Se è vero, infatti, che le gesta cantate saranno quelle dell’Orestea, è lo stesso Testori che, già dal titolo, intende riportarle a livello intramondano – quasi, alla chiacchiera del si dice. La voce “SdisOrè”, infatti, è una sorta di contrazione del lombardo “Si dice Oreste…”, incipit ideale di quel che, al altre latitudini, si sarebbe chiamato lo cunto. Ed ecco che la parlata tipica dell’autore gioca a impastare lingue, dialetti e slang nell’eco di una città da sempre avvezza alle contaminazioni – dei conquistatori storici o dei contemporanei anglofoni investitori poco conta -, livellandoli a quella trivialità scurrile e un po’ boccaccesca, che spesso colora le voci del popolino. É così che, da sempre, si sono tramandati quel mix di cronaca, monito ed exempla che sono i fatti: per via orale, affidati alla voce degli aedi e rimbalzati nelle comunità, anche grazie alla funzione mnemonica di ritmo e rima.
C’è del costrutto
Non basta una sia pur felice intuizione per sostenere il tempo e la durata di uno spettacolo; occorre saper sfoderare tutti i ferri del mestiere. Ed è qui che questa sia pur giovane compagnia (anno di fondazione 2019) mostra di essere a pieno titolo una compagnia professionista.
La regia, anzitutto
Pensata come strumento di facilitazione di questa certo non immediatamente accessibile materia (tragica e poi ulteriormente complicata dalla lingua e dalla sovrascrizione di significati testoriana), la regia brilla per la lucidità nella separazione di spazi e ruoli, ombre e luci, suoni, eco ed evocazioni – ma, non meno, per la cura. A centro palco (quasi come a un’audizione, ma, al contempo nel posto mediano d’elezione del cantastorie), la sedia.

É qui che il narratore rievoca i fatti, ora auto dichiarando la propria funzione, ora animando quegli stessi personaggi attraverso marionette o maschere. Grottesca maschera sono Oreste e la madre Clitemnestra. Aggrovigliati in un complesso dualismo edipico, è proprio l’amplificata efficacia espressiva del corpo (cristallizzare la facies, inevitabilmente potenza le altre possibilità) a renderli liberi anche di muoversi per il palco, abitando gli ideali non luoghi delle proprie truculente colpe e degli scellerati misfatti. Marionetta essenziale (burattini, di fatto, ovvero lo svolazzar di un drappo leggero, sormontato da teste dalle fattezze altrettanto grottesche), invece, i comprimari Egisto ed Elettra. E se lo sguardo volutamente torbido dell’autore sembra tendere ad erotizzare, trivializzando, tutto, ancor più potente sarà l’epilogo, che, virando al di là della tragedia classica, apre a soluzioni e ipotesi sconosciute al vocabolario greco – leggi: classico -, virando verso l’inusitata ricerca/richiesta di un pardon ecumenico, che ci riguarda, ergo accomuna, tutti.
Le scelte stilistiche
Giustissima, quindi, la scelta di fattezze grottesche – tale è, la situazione, e, tale, il registro espressivo di Testori, che sembra voler render, se possibile, ancora più disturbante, ciò che viene raccontato nell’Orestea, quasi a ingenerare quel disgusto, da cui, solo, potrà scaturire una reale redenzione. Giusta, la scelta di una penombra quasi costante, illuminata dal solo chiarore delle eco degli eventi – apprezzabilissimo ed estremamente delicato, il fatto di a ver voluto solo evocare, attraverso poco più della mera narrazione, la mattanza ad opera di Oreste -; perfetto, quel non riuscir mai davvero a dipanare il senso di tenebra, con tutta la portata simbolica, che ne consegue Incarnazione efficace ne sono gli occhi, esageratamente grandi, sgranati eppure tragicamente, evidentemente incapaci di vedere, di marionette e maschere di Caterina Rossi.
L’interpretazione
Ultima, ma non ultima, brilla per eccellenza l’interpretazione di Evelina Rosselli.
Non solo una versatilità stupefacente – nel repentino cambiare voce e tonalità emotiva anche nei più fulmini scambi di battute/parti fra i personaggi -, ma una capacità di stare in scena – senza fretta, coi ritmi e tempi giusti -, respirando gli umori dei personaggi che anima, ma, non meno, riuscendo ad entrare in profondo unisono col respiro del pubblico, raramente vista sul palco.
E SdisOrè brilla nella fiamma di UROR
Frutto di un’Accademia d’Arte Drammatica quale la Nico Pepe di Udine, fra le eccellenze per quel che riguarda la formazione specie in ambito di Maschere e Commedia dell’Arte, Gruppo UROR davvero ha dato prova di bruciare (UROR da uro, brucio, nella forma passivo/riflessivo uror, m’infiammo) di quel fuoco sacro teatrale, che più facilmente anima i neofiti, ma anca – rubando espressione testoriana – di brillare di quella stessa scintilla.
