Visto a Teatro

“NEXT TO NORMAL”, tutti i colori di una Rock Opera

È “Next to Normal”, al Teatro Arcimboldi dal 5 febbraio al 15 marzo 2026, la prima vera tenitura nella recentissima sala immersiva STM STUDIO. Se il nuovo spazio off nasce dal sodalizio fra Show Bees e STM Scuola del Teatro Musicale, felicissima risulta la scelta di questo lavoro – libretto e liriche originarie di Brian Yorkey e musiche di Tom Kitt, con Andrea Ascari per libretto e liriche, adattamento di Marco Iacomelli nella versione italiana – per il debutto.

IL PROGETTO ORIGINARIO

Dopo un fulminante passaggio all’Off-Broadway, nel 2009 la versione originaria di “Next to Normal” approda al Booth Theatre di Broadway, aggiudicandosi, già l’anno seguente, ben tre Tony Awards e il Premio Pulitzer per la Drammaturgia.

Dalla folgorante visione di questa Rock Opera, nacque poi STM, che ha fatto dell’eccellenza e della ricerca nell’ambito del teatro musicale contemporaneo il proprio fiore all’occhiello. Così, non poteva non esordire cimentandosi in questo riadattamento – una prima volta dieci anni fa e, ora, col cast in scena.

LO SPETTACOLO

Accolti in una comoda sala a misura d’uomo, che divide i quasi cento posti a sedere in due ali di spalti a bordo del generoso palco/pedana, si avverte subito una strana sensazione distopica. L’ampio spazio centrale è ricoperto dalle stesse scritte indecifrabili della locandina, le cui grafie, pur difformi, gridano lo stesso disagio, che traspare da certi graffiti urbani. Per contrasto, gli arredi di scena, col loro candore laccato, semplificato e innaturale, sembrano voler sovrascrivere il pur gioioso rigore del “che bene che va […] e, se non va bene, bene andrà”, cantano gli attori in scena.

Da sx: Gaia Carmagnani, Iacopo Cristiani e Giuseppe Verzicco, foto Alessandro Morino

L’inizio è rock! La musica, certo, ma soprattutto la dirompente energia degli attori, che, nonostante fosse la seconda replica della giornata – ieri, sabato 28 febbraio -, hanno dato il via alla loro sentita, vigorosa, generosa e sempre tecnicamente ineccepibile peformance con un’abnegazione, che ha quasi del vocazionale. Così, l’azzecca subito, la regia di Costanza Filaroni, con quell’iniziale situazione da quasi sitcom – che, oltreoceano, probabilmente dice della normalità della famiglia medio borghese. Cattura l’attenzione del pubblico, sì – nei battibecchi generazionali o nelle tipiche dinamiche, fra il serio e il faceto -, eppure stona nella subliminale eco che, in fondo, qualcosa non torni…

DISAGIO PSICHICO MA NON SOLO

Da sx: Francesco Iaia e Gaia Carmagnani, foto Alessandro Morino

La trama si sciorina con la naturalezza di un gomitolo di lana che si srotoli sul pavimento e, fra alti e bassi emozionali, tiene ipnotizzati per le intere due ore di spettacolo, inframmezzate da un breve intervallo. Pur ad onta dell’immagine della locandina – la sola possibile, in una sala, in cui al pubblico vengono preventivamente blindati i cellulari, così che non possa non solo giustamente distrarsi o interferire con lo spettacolo, ma neppure partecipare la propria emozione con foto e video degli applausi -, non si parla solo di salute mentale e meno ancora di ospedalizzazione. Scelta condivisibilissima, specie quest’ultima, stante la peculiarità del registro espressivo: per quanto non manchino le stoccate alla fumosa e complicata somministrazione farmacologica, ai metodi spesso apparentemente più azzardati che rigorosi e al ricorso ad approcci invasivi (vedi il passaggio sulla TEC, Terapia Elettro Convulsiva, con tutto il suo portato etico, deontologico e procedurale), ancora in uso, ahinoi, nella pur all’avanguardia America d’inizio millennio. 

Si parla invece tantissimo della paura e desiderio insiti in tante dinamiche familiari. Si racconta di co dipendenza e desiderio di individuazione; di lealtà e paura di non farcela, di fedeltà e incrollabilità coute que coute; e ancora: di vulnerabilità inconfessabile, di fobia da rispecchiamento e inestirpabile, rabbioso senso di appartenenza; di ansia di esser visti e lacerante senso d’invisibilità – e della loro complessità e di come tutto ciò si riverberi, mescoli, ripercuota, rimbalzando in quell’ultimamente inviolabile a-tomo, che ciascuno di noi nonostante tutto è.

LA FELICE SCELTA DEL GENERE MUSICAL

Ed è proprio qui, che acquista senso, spessore e costrutto, il medium del musical. Con la sua peculiarissima unicità, consente ai personaggi proprio quella plurivocità di canto-e-controcanto, sovrapposizioni, fughe di pensiero e convergenze d’azione, che li scopre uniti in ritornelli, fino a che, mossi da narrazioni quanto mai differenti, pur sovrapponendosi, semanticamente divergano.

Da sx: Francesca Taggi e Jacopo Ferrari, foto Alessandro Morino

È un recitar cantando, che, mentre chiarisce i pensieri e distende le parole nell’ampiezza del respiro cantato, potentemente si libera e si libra nelle mille intonazioni della vita. Non è solo rabbia e passione: è tenerezza, bisbiglio e reticenza quasi soffiata con quella compenetrabilità, che raramente consente il semplice parlato.

IL CAST

Ma la differenza, come sempre, la fanno loro: gli attori in scena – la cui bravura, dedizione e unicità, non potranno mai essere superate dalla più sofisticata delle AI.

Potente, Gaia Carmagnani, alias la madre Diana Goodman, perno della famiglia e della narrazione, attraverso cui scendiamo nei meandri del disagio mentale e di tutto ciò che gli si ruota attorno. Il suo personaggio ha tutti i colori della giovane donna, che è: intelligente, volitiva, appassionata, indomita… eppure capace di discernere e capire quale sia la cosa migliore, anche quando non corrisponda certo alla soluzione più comoda. Ma poi chissà quante persone reali, nel loro essere madri o pazienti psichiatriche, sono davvero così…

Al suo fianco, il marito Dan, incrollabile – in barba all’invece altissima percentuale di separazioni/divorzi, connessi a lutti o drammi familiari. A interpretarlo, con aplomb impeccabile, Giuseppe Verzicco, che da forma a un personaggio leale fino allo sfinimento e che, come spesso accade in questi casi, in quell’abnegazione incrollabile, probabilmente cela tutta la propria vulnerabilità.

E poi i figli adolescenti. Gabe, uno Iacopo Cristiani dalla presenza scenica ammaliante. Un po’ fanciullino, un po’ diavoletto di Maxwell a instillare dubbi sulla realtà, sembra disegnato su quei personaggi, in fondo buoni, ma a tutta prima inquietanti e demoniaci, che, la sensitiva Melinda Gordon aiutava a pacificare e far passare oltre nella serie televisiva Ghost Whisperer. Accanto a lui, la sorella sedicenne Natalie, una giovanissima eppure sorprendente – a tratti commovente – Francesca Taggi e il fidanzatino Henry, interpretato da un Jacopo Ferrari scanzonato e disarmante, a guardarlo con gli occhi della pur complicata, prudente e per certi aspetti schiva fanciulla in nevrosi da negazione. Completa il cast Francesco Iaia nel doppio ruolo dei due successivi psichiatri: sempre in parte e dall’imperturbabilità ostentata come spesso è in chi esercita una professione, che lo costringe a ruolo, pur esponendolo al costante contatto con materiale umano.

CONCLUDENDO

Una Rock Opera, quindi, non solo capace di offrire le molteplici declinazioni del cuore (in quell’altro delicato cuore, che, nel bene o nel male, la famiglia è, specie quando subentrino aritmie impreviste a complicarne i battiti); ma una partitura di liriche dalla scrittura efficace e dall’interpretazione ineccepibile, incantevole e coinvolgente, che spazia dell’hard alla quasi ninna nanna e che raramente abbandona quel timbro distonico, quasi a sussurrarci che la normalità – o, almeno, qualcosa che gli assomigli – è spesso più complicata e plurivalente di quanto si pensi.