Le TESTE DI LEGNO dei Colla a stigma del “tempo in cui si sognava la guerra”
In scena al Teatro Gerolamo di Milano dal 19 al 22 marzo 2026, la Compagnia Marionettistica Carlo Colla & Figli con “Teste di Legno”. Chicca assoluta del loro primissimo repertorio novecentesco, questo testo non appartiene al ben consolidato e forse più noto filone della trasposizione dei grandi classici – dall’opera lirica, al balletto, fino ai cult della letteratura –, a cui più spesso è associata la loro produzione. Affonda, invece, le radici nella prima maniera dell’andar per piazze, con cui, complice il rovescio dell’attività commerciale di famiglia, i Colla sdoganarono il diffuso trastullo borghese ottocentesco delle marionette dall’intimità delle mura domestiche, trasformandolo in un vero e proprio mestiere: nascevano, così, come compagnia di giro.
Di quella stagione, questo spettacolo mantiene una vèrve sornionamente satirica – al popolo, si sa, piacciono panes et circenses e possibilmente che siano entrambi ben sapidi… -, anche se, qui, a misura di quell’interlocutore privilegiato, che è il pubblico dei bambini. Così la meraviglia barocca – da sempre cifra dei Colla – s’inventa di trasformare gli stessi marionettisti in comprimari, esponendoli a vista sul palco. La grande magia svelata al pubblico: eppure questo non intacca affatto la potenza evocativa delle marionette; anzi…

L’incipit è quello di Pinocchio, ma ciò che “c’era una volta e, in fondo, c’è ancora – si affretta a puntualizzare, con voce accorata, il narratore anch’esso a vista appena giù dal proscenio – non è né un re e neppure un pezzo di legno. È il marionettista”, svela, ovvero il testimone di quella, che viene subito definita come una storia vera – e, in fondo, a suo modo lo sarà. “Uno, che ne ricorda e custodisce i dettagli”, aggiunge: e, quanto dice, questo, della valenza testimoniale del teatro, specie di quello dei burattini, a cui è affidato il delicatissimo compito di affascinare lo sguardo – e, chissà, forse conquistare le menti e i cuori – dei piccoli spettatori in erba.
Così, dopo averceli mostrati come novelli Geppetto e Mastro Ciliegia intenti a trarre miracolose figure da anonimi pezzi di legno, i Marionettisti, fortemente connotati nel loro ruolo di artigiani con tanto di pesanti grembiuloni da lavoro, chiudono bottega per lasciar posto alla notte.
Ed è proprio allora che le marionette si svegliano… Meglio, a svegliarle è quella sorta di demiurgo, Pinocchio – burattino (scriveva Collodi, pur sbagliando), sì, ma senza fili -, che dà il via ad una piacevolissima prima parte dello spettacolo all’insegna della magia e della meraviglia.
Con ben precisa scelta simbolica, narrazione e musica dal vivo, nel golfo mistico, si alternano all’azione giocata e alle voci e musiche registrate sul palco, nel magico avvicendarsi di marionette di personaggi di fiabe (Pinocchio o il piccolo Hans di Hamelin o, ancora, il coro dei Pirati dell’ “Isola del Tesoro”) o di brani classici (Titania dallo shakespeariano “Sogno di una notte di mezz’estate”), con chiaro rimando alle due anime della produzione dei Colla.

L’incanto di figure evidentemente portate da marionettisti a vista – pur nel rigoroso total black a minimizzare l’impatto – catalizza gli sguardi al punto da non vedere, coscientemente, altro che quei piccoli miracoli viventi di finissimo artigianato ligneo; accanto alle figure dalla parvenza umana – meraviglia delle meraviglie – non mancano quelle di animali: cani, scoiattoli, api, farfalle… e perfino una minuscola lucciola col suo pulsare intermittente. Né, come in ogni favola che si rispetti, mancano i cattivi – dal capriccioso figlio dell’Imperatore innamorato della Luna alla Fata Desolazione de “La Bella addormentata nel bosco” fino al sinistro Re dei Topi -: che, Gilbert Keith Chesterton docebat, le fiabe non dicono ai bambini che esistono i draghi: questo, i bambini già lo sanno; le fiabe dicono ai bambini che i draghi possono essere sconfitti.
Ricordiamolo: la drammaturgia è del 1922, l’anno della svolta fascista a seguito del delitto Matteotti e dev’esser parso poco, ai Colla di allora, chiuderla con lo scontato buonismo di un melenso tutto per bene a basso costo. Si apre così un’ideale seconda fase della narrazione a stigmatizzare la scelleratezza della guerra e del delirio di onnipotenza totalitarista, che tutto trasforma, appiattisce, cosifica – icastiche, in tal senso, le sagome di enormi gambe addestrate solo a marciare e braccia abili solo a spianare fucili. Dopo una studiata captatio benevolentiae a proposito delle teste di legno delle marionette a cui, di solito, tiene pur dietro un cuore puro, perfino la più spaventevole di loro, Re Topo, cede al fascino di un personaggio che nessuno conosceva – sottolinea, tremula, la voce narrante, a introdurre un cambiamento epocale. È qui che la tridimensionalità – a suo modo umanizzante – delle marionette si trasforma in bidimensionalità. Notabili e prelati e tutti i potenti accorsi, gli uni con e gli altri contro il terribile dittatore Re Barbarus, “da piccole marionette si trasformano in teste tronfie e grosse, così pesanti da poter schiacciare anime e cuori”.

Piatte, pure le armi – cannoni, archibugi, cavalleria, che i marionettisti muovono in maniera ripetitiva e compulsiva, quasi a farci avvertire tutta l’insofferenza di un incubo, da cui non è poi più così facile svegliarsi… Un’escalation irresistibile, fino a ridurre la terra da palla contesa a campo distrutto dallo scoppio di bombe sonore e rutilanti.
E poi buio, silenzio.
Torna in mente il “Girotondo” di De André – anche, inevitabilmente, in quel the day after, dove è ai piccoli Hanse e Lise e a un bocciolo, che verrà consegnata la speranza della rinascita: e alle api, con messaggio di schietto impatto ecologico, prima ancora che alle farfalle…
Sì, ma, prima, qui c’è tutto l’orrore della guerra, la stupidità di un’arroganza, che non conosce compromessi e la tracotanza di chi crede che sia solo un gioco. E c’è tutta la prudenza, per converso, di chi, non potendo esprimere liberamente il proprio dissenso, lo affida, come spesso fa, il teatro, a quelle figurine irriverenti e irreali di un ideale tempo sospeso, in cui liceat insanire. E, ancora, c’è tutta la preziosa e garbata pedagogia di chi sia avvezzo a trattare coi bambini – e li ammalia con lo stupore, li sorprende col più eclatante degli accidens per poi accompagnarli in una risoluzione, che non è solo un finale pacificato, ma sintesi, greve e inverante, del processo dialettico.
E poi il sogno – “chi può vincere gli eserciti della poesia, della fantasia e della verità?”, chiede, la voce narrante -; il sogno, qui voltatosi nel “sogno triste di alcune teste di legno, all’epoca, in cui ancora si combattevano guerre – ammonisce la voce narrante – che nessuno vinceva e che molti perdevano”; il sogno: quante felici captatio, in nome suo…

Ma, soprattutto, qui, c’è la sempre smisurata cura, attenzione, generosità, intuizione, competenza, perizia artigianale e abilità anche imprenditoriale – basti pensare al MUTEF -, ma, soprattutto, la commovente dedizione di un gruppo di giovani degli anni ’80, che ha saputo raccogliere dall’ultimo degli eredi Colla quest’arte antica e apparentemente anacronistica, trasformandola in un’eccellenza. Grazie all’Associazione Grupporiani, allora, non solo per la capacità di nutrire il pubblico bambino, disintossicandolo dall’overdose di tecnologia, ma di restituire ai pubblici di tutto il mondo quel sogno ad occhi aperti davanti a cui non si può non restare incantati, quando sia maneggiato così – e attraverso cui poter ancora veicolare messaggi o anche semplici opinioni, che vadano oltre al semplice jouer.
