Kafka, la bambola viaggiatrice e la struggente verità della marionetta
In occasione dell’Epifania, nelle sole date del 5 e 6 gennaio 2026, il Teatro Franco Parenti di Milano ha deliziato grandi e piccini col delicatissimo “Kafka e la bambola viaggiatrice” di Teatro delle Apparizioni. Adattamento dell’omonimo “Kafka y la muñeca viajera” di Jordi Sierra i Fabra, a cura di Valerio Malorni e Fabrizio Pallara (quest’ultimo pure alla regia), sceglie il curioso ibrido di spettacolo di teatro d’attore e di figura, inaugurando quel gusto per la commistione, sovrapposizione e rovesciamento dei segni, che giustamente gli è valso l’Eolo Award 2022 come Miglior Spettacolo di Teatro di Figura.
Fondamento biografico
La trama attinge alla biografia dello scrittore e racconta di un Kafka quarantenne, che, passeggiando in un parco, s’imbatte in una bimba inconsolabile per aver smarrito la sua bambola. Contro ogni ragionevolezza – e, in questo senso, kafkianamente -, inventa per lei una storia surreale, che li tiene reciprocamente legati al filo della fantasia e della narrazione come rimedio e sublimazione della perdita. Una bugia bianca. Brigida non si è smarrita, ma è partita per andare a conoscere il mondo: lo può ben dire, lui, il postino delle bambole, a cui è stata consegnata una lettera da recapitare alla piccola Elsi. Inevitabile restare avviluppati nelle spire di un racconto, che non si vorrebbe far finire mai; sarà Dora, sua compagna e complice in questo pietoso trastullo, a suggerirgli la via d’uscita.
Ribaltamento aneddotico
Se l’aneddoto non è inedito, singolarissima è l’idea a fondamento della messa in scena: un costante ribaltamento, che scompagina la linearità di questa pur suggestiva vicenda. L’austero scrittore trasfigura in un omino dal passo quasi meccanico, impeccabilmente interpretato da Valerio Malorni dalla delicatezza un po’ goffa di uno Charlot e con tutta la “sgangherata” nostalgia di certi giocattoli d’antan a ricarica. La bambina diventa lei stessa una bambola – meglio, una marionetta dalla fattura preziosa, creata da Ilaria Comisso e che si fa sorprendentemente viva nelle mani sapienti di Desy Gialuz, anche voce narrante e che dà pure corpo a Dora, compagna degli ultimi mesi dello scrittore.

E la bambola? Brigida, questo il suo nome, sublima nelle parole accuratamente scelte da Kafka, per creare quei meravigliosi mondi – resi, in scena, da proiezioni alla Rorschach dalle suggestioni mirabolanti e in continuo divenire -, che, riempiendo gli occhi della fantasia bambina di Elsi, delicatamente l’accompagnano oltre l’infanzia.
Fra Pinocchio e Peter Pan
Quanto riecheggiano le figure della Fata Turchina e di Pinocchio (o di Wendy e Peter Pan), in quelle di Dora – musa e complice, sì, nella creazione delle avventure della bambola viaggiatrice, ma poi anche genitore normativo – e Franz – irrimediabilmente perso in quel suo bambino libero, al punto da trascurare la scrittura del suo romanzo, pur di attendere a quest’avventura, che lo elettrizza e che non vorrebbe finisse mai. Lo dice bene, la Dora narratrice: che i piccoli desiderano credere e che anche gli scrittori hanno bisogno di credere perfino alle più grandi delle assurdità.

È esattamente in questo cortocircuito, che s’incontrano gli universi, apparentemente distanti, di scrittore e bambina. L’uno, in una sorta di regressione liberatoria, che gli consente, chissà, di far pace col proprio bambino interiore; l’altra, in una quella fascinazione della parola, capace d’insegnarci la sottile e salvifica arte della sublimazione e dell’accettazione evolutiva, qui corroborata dal tocco lieve del consolidamento dell’autostima nel continuo richiamo a quanto sia merito di Elsi, se Brigida nell’ultima lettera si dica libera e felice.
Lucidità e coerenza semantica
Dunque, non solo uno spettacolo potentemente evocativo e dalla delicatezza immaginifica sorprendente, ma una partitura dalla leggibilità lucida e dalla coerenza lineare, tanto più importante, in un contesto di teatro ragazzi. Se pur gioca a mischiare le carte, rovesciando la prevedibilità delle cose, riesce poi a restare ostinatamente fedele alla cornice dei segni rielaborata, ponendo anche il giovanissimo spettatore nella condizione di potersi abbandonare al patto narrativo.
Così, se si sceglie di mettere in primo piano la panchina su cui s’incontrano il postino delle bambole e la bambina – meravigliosa, l’essenzialità degli elementi scenici, che amplifica quell’ambientazione tutta e solo sonora, fatta di grida, risa e giochi di bambini misti, in felice metafora, ai lievi cinguettii in lontananza -, non si tralascia di mostrare – attraverso la schermatura di un finto fondale di tulle – quella verità, che si concerta alle sue spalle. Le stanze di casa Kafka, dove si tesse l’avventura di Brigida: un’attenzione garbata nel mettere lo spettatore bambino alla pari del narratore onnisciente, prevenendo, chissà, il luogo comune, nell’adulto, che, a teatro, non si capisca nulla.
La struggente verità della marionetta
Ma meravigliose – nel senso etimologico e barocco del termine -, la bellezza e la grazia della marionetta, nonché la cura e la maestria nel manipolarla – complicata dall’impossibilità drammaturgica di avvalersi degli éscamotages del cosiddetto teatro su nero -, che la rendono così realisticamente viva, in quei movimenti tipici dell’infanzia – dallo strabuzzare la testa al far ciondolare le gambe -, da far di Elsi sinolo della bimba e della bambola, ma, non meno, di quel fanciullino, che soggiorna in ciascuno di noi, ogni volta che ci disponiamo ad ascoltare una storia.
