DARIO DE LUCA, LU CUNTU E LU CANTU DELLE FIABE CALABRESI
In scena al Teatro Fontana di MIlano per le tre sole date dal 13 al 15 ottobre 2026, “Le Tre Cicoriane” di e con Dario De Luca, ha colorato la programmazione con una nota gothic chic. Mixando tutto il dark, che, per loro natura, le autentiche favole portan con sé con atmosfere sonore ricercate – a tratti raffinate, a tratti popolari, ma sempre senza rinunciare al gusto della ricerca musicale -, ha offerto al pubblico un’occasione di divertimento autentico e mai disgiunto dalla provocazione del pensiero.
È un interessante mix di sincretismo e tradizione, “Le tre cicoriane”, favola nera del patrimonio folcloristico calabro: Dario De Luca la ripesca dalla quasi omonima versione di Letterio di Francia a conclusione del suo personalissimo trittico alla riscoperta della fiaba calabrese, i cui due altri capitoli sono “Re Pippuzzu fattu a manu” e “I 4 desideri di Santu Martinu”. Se le prime due rispettivamente giocano con i capricci di una Reginotta, che non riesce a trovare un pretendente di suo gradimento (tanto da finire con l’ impastarsene uno con acqua e farina) e le licenziose e irriverenti fantasie di Tirisina, in questa, la favola si fa narrazione di miseria, soprusi, eccessi, violenze e riti macabri – fino alla sconfitta dell’orco.
Fin qui, nulla di nuovo.
La particolarità, qui, è il desiderio di guidare la biga di Fedeltà-e-Tradimento della tradizione. Lo si intuisce subito: intro contemporanea, grazie alle sonorizzazioni elettro acustiche di Gianfranco De Franco (poi sempre con lui sul palco), eppure l’entrata in scena di De Luca è fatta di cunto e di canto (qui in rima baciata) – a cui si assommano i segni della cultura alta (cerone e gorgera da teatro elisabettiano) e quella nota dark, data degli abiti in pelle scura, dalla schietta allusione sadomaso. Un corto circuito, presago del sapore della serata.
In un calabrese “ripulito”, sciorina la favola della vedova costretta dalla miseria a raccogliere cicoria con le tre figlie. Quanta palpabilissima e fulminante verità nel restituircene la condizione di vita: “preoccupazioni, povertà e… pidocchi!”, sono gli azzeccatissimi tratti, scelti a significare un’indigenza tangibile e per nulla bonificata dall’afflato narrativo. E poi quelle tre giovani – “bellissime, ma troppo povere per potersi maritare”, sembrano riecheggiano le malelingue di paese – e di come, ad una ad una, le giovani cadano nella tana dell’orco, perché ‘A fimmina è curiosa – sentenzia, la vox populi, che De Luca cavalca non senza una nota di bonaria ironia.
Eccolo, il merito del De Luca narratore: affidarsi alle voci dalla gente – dette o, più spesso, sussurrate -, così da poter ricostruire quel humus culturale primordiale, fatto di pettegolezzi, calunnie e insinuazioni, ma soprattutto da un substrato di credenze e dettami etico superstiziosi, tali da cristallizzare il tempo in un eterno presente, sospeso in una non meglio e non emendabile epoca mitica. Così non ha solo il sapore epico dello scontro uomo-pescecane, quella mattanza, più volte quasi gratuitamente allusa, ma con un’insistenza ricorrente, che quasi stona – e resta lì, a lasciar subliminale sensazione di un qualcosa, che non torna, di un qualcosa, con cui oscuramente intuiamo di dover tornare a fare i conti… Altra felice intuizione del narratore sta nel non rinunciare a tutte quelle strutture anafora – tipiche, appunto, delle tradizioni orali -, che, lungi dal giungere ripetitive, servono invece a creare un’abitudine e degli ideali appuntamenti/svincoli narrativi, facilitatori dell’attenzione/anticipazione/coinvolgimento di chi, ascoltando, possa sentirsi onnisciente – e, venendo invece a mancare, predisporre alla variante risolutiva.

Stride, il tappeto sonoro, a mano a mano che la favola si addentra nell’inferno ctonio, dove s’intuisce avvenga molto più di quanto le parole osino dire. L’antro dell’orco – un omuncolo dalle dimensioni e dal lucido istrionismo sadico di un Totò Diabolicus e che pure pare preoccuparsi di come lo vedano gli altri – ci viene restituito come un reame sotterraneo: un trono per crogiolare la sua solitudine e, alle sue spalle – quasi a psicanalitica rimozione -, la stanza degli orrori, dove confina quel che resta di chi abbia osato contravvenire alle sue volontà. Inevitabile non ravvedere in lui cenni al mito di Proserpina: con la variabile, qui, che non ci sarà un ritorno da Demetra, ma, al contrario, una processione inversa di sempre nuove Persefone a foraggiare la sua smodata e vampiresca ingordigia – chissà, forse nel tentativo di esorcizzare, come il conte Vlad, la bestemmia della vecchiaia.
Così, mentre la narrazione si fa più sempre più cupa – e, per contrasto, sempre più colorate e vivide, le luci, in scena, a sottolinearne il pathos allusivo -, De Luca/Virgilio ci accompagna in quella discesa fatta di paura, sotterfugi e laicissime preghiere: toccante, l’Ave Maria laica, che acquista quasi il tono della bestemmia nel furioso, ma mai drammatico recitato della più piccola e risolutrice delle sorelle, quasi a sovvertire l’ordine prestabilito delle cose. Sovversivo è anche il finale, che rivendica, a chiosa di questa rivisitazione della Favola di Barbablù, il potere di autodeterminazione delle donne: né proprietà, ma neppure regine, finalmente riscattate da un potere maschile, che le vorrebbe a immagine e somiglianza dei suoi desideri. “Vrigognàtevi!” (“Vergognatevi!”), è l’inaspettata chiosa di queste eroine, a stigmatizzare l’ipocrisia di tanti lieto fine tradizionali. Eppure non c’è giudizio tracheant, nell’istrionico aedo – ma solo la voglia di dar voci e voce a quei personaggi imprigionati dal tempo, per donar loro una tramatura più in linea con la nostra diversa sensibilità, pur nella giocosità, ironia, pathos e allusività dello smaliziato raccontastorie.
Un bel lavoro, quello di De Luca attore, regista, light design, costumista, drammaturgo e ricercatore, appassionato delle sue origini sopra e dietro alle assi del palcoscenico.

