MILANO OFF Frnge Festival

TeatRing: una performance muta per sorridere della vita

Particolare, “E poi ci siamo sedute a guardare il mare” di TeatRing. Scritto e diretto da Marianna Esposito, pure sul palco con Dominique Evoli e Francesca Ricci, è andato in scena a IsolaCasa Teatro, dall’1 al 4 ottobre, per Milano Off Fringe Festival 2026 – e poi, di nuovo, dal giovedì alla domenica a seguire, nell’omonimo spazio di TeatRing -; catalogato alla voce commedia, già il sottotitolo circostanzia: “commedia tragica in un giorno solo” e avvisa:“(spettacolo muto)”.

Forse più correttamente definibile partitura fisica – per l’importante impegno performativo delle tre attrici -, a raccontarlo, non se ne renderebbe giustizia: tre anziane amiche, che si ritrovano in una casa in riva al mare, sul far della sera (anche delle loro esistenze); eppure non c’è nulla dello struggimento melenso, che questa narrazione potrebbe evocare. Vengono piuttosto in mente quelle figure di vecchietti arzilli alla Jack Lemmon e Walter Matthau in “Due irresistibili brontoloni” – o protagonisti di cartoon alla Carl Fredricksen di “Up” o Mr Magoo, o, ancora, Edna de “Gli incredibili” -, dotati di un buon mix di ironia e dissacrazione, stemperato giusto da uno sguinch di emozionale.

Francesca Ricci, Dominique Evoli e Marianna Esposito

Entrano così: comicamente incurvate dall’artrosi in direzioni opposte, dondolanti nei loro sgargiantissimi prendisole – rosso, verde e giallo – e con occhialoni da sole neri e candidi cappelli a falde larghe a ostentare tutta la loro irriverentemente giocosa voglia di vivere.

Un ininterrotto scarto fra il presente – fatto di quelle vecchiette bambine, che ancora giocano a farsi i dispetti, si auto gratificano, strafogandosi di bon bon, e si fanno belle, a vicenda, con profumo e belletto, prima di scendere in spiaggia – e il passato – basta una posa ed ecco che quel gesto poeticamente si sciogli nell’azione di loro bimbe, adolescenti, ragazze, donne…

È così, che questa performante partitura fisica – muta: ma costantemente sostenuta da un attento, poliedrico, ben circostanziato e ragionato tappeto musicale – ha l’ardire di raccontare un’amicizia lunga una vita: e ci riesce benissimo. In scena, tre attrici dalla mimica repentina, contagiosa e illuminante, in un continuo gioco di flash back, ripercorrono senza sconti le tappe delle esistenze, che le hanno condotte fino a quell’ultimo incontro. E non è facile ripercorrere anche quei momenti d’ombra – le gelosie, le inadeguatezze, le incomprensioni, le diversità, la ripetizione e la stanchezza di esistenze a incastro, programmate fino al minimo dettaglio… -, che già di solito richiedono un’onestà narrativa in grado di assumersi il rischio della fatica e del dissenso; ancor più sfidante diventa restituircele attraverso questo tipo di linguaggio fisico. Eppure questo limite pare non sfiorare quel che riescono a restituirci in scena: basta un gesto, un attimo, un’espressione – occhi che si spalancano, gesti ora minimi e ora plateali… lacrime che tremano, repentine, di fronte agli urti della vita… emozioni, che esplodono e i volti, tamquam tabulae rasea, che si fanno libri aperti prima ancora che le azioni ce ne delucidino gli intenti… -, ed ecco che tutto si fa racconto schietto, ora pudico, ora irriverente.

Le attraversano così, le stagioni di un’esistenza intera: dal gioco della campana e dai dispetti da nemiche-amiche, negli anni infantili, alle prime cotte, alle serate aspettando quella telefonata… e poi gli sballi, l’impegno politico, le manifestazioni, i lutti… e la normalità – lauree, lavoro, famiglia, che talvolta stentano ad arrivare –, che, all’improvviso, le scopre diverse… e poi le divide, fagocitandole in solipsistici tran tran, ma che non riesce mai davvero a spezzare il filo blu, che le lega.

Coprotagonista, a tutti gli effetti, è il tappeto sonoro: minuzioso, ininterrotto e studiatissimo, fino al più apparentemente inutile dettaglio – vedi la riproposizione delle esatte suonerie telefoniche originarie a seconda delle diverse stagioni storiche. Fatto di canzoni cult, estratti dei TG e voci del quotidiano – e poi quell’amletica estrema domanda: unica voce umana a spezzare lo strepitare dei gabbiani in sottofondo allo sciabordio delle onde – , crea una bolla, in cui volentieri si sprofonda; ma sono il rigore e la tenuta della partitura fisica, l’intelligenza di un racconto che non fa sconti, pur nella sua giocosa poeticità e, soprattutto, la straordinaria capacità espressiva dall’innegabile contagiosità a dar cifra e carattere alla pièce.
Se “E poi ci siamo sedute a guardare il mare” nasce come progetto narrativo sperimentale non convenzionale, può essere certo di esser felicemente riuscito nell’intento – con quel suo legare, slegare e riannodare il nastro blu, che le tiene unite nella loro personalissima idea di “resistenza”.