“PUTTANA” di TeatroE, disturbante verità in audio binaurale
C’è una proposta di davvero particolare, nella ricca programmazione di Milano Off Fringe Festival 2026: “PUTTANA”, di TeatroE, testo di Maura Pettorruso, regia di Mirko Corradini, con, in scena, la giovane ma collaudatissima performer Beatrice Elena Festi – reduce da oltre 60 repliche. Definito spettacolo di narrazione musicale sperimentale, opera musicale teatralizzata (con tappeto sonoro composto e spazializzato da Michele Callà, effettato e montato da Sebastiano Cecchin), tiene in scacco lo spettatore, imbrigliandone udito e mente in cuffie dall’audio binaurale intenzionalmente disturbante, che stordisce con suoni provenienti da diverse direzioni.
Non è solo apparato tecnologico, “PUTTANA”. Con un’intelligenza modulare, Maura Pettorruso scrive una drammaturgia dalla precisione millimetrica, tanto da poter essere ripetuta, identica, dai diversi personaggi, restituendocene, ciononostante, il completamente altro punto di vista. Sono le voci, che rimbombano nella testa di Laura, studentessa universitaria, mentre soggiace al count down delle prestazioni, a cui cede solo per sbarcare il lunario di una vita da “fuori sede” – sì, ma sono anche le scuse patetiche del machismo, che piagnucola e supplica, si arrabbia, ruggisce, rivendica, schernisce o implora, auto assolvendo sé e il suo perbenismo e scaricando invece su di lei i suoi “peccati” (“In fondo, sei una puttana, tu, sì: ti offendi, se ti chiamo così?”, le chiede…). È la favola nera del Lupo Cattivo che “mangia” (in senso erotizzato) la ragazzina dalle carni bianche e tenere e dalle forme ancora acerbe (con allusioni quasi al limite della pedofilia). E l’ambientazione sonora ci precipita immediatamente in quella dimensione sinistramente incantata.
Eppure nulla di più lontano da un rapporto vittima/carnefice in senso statico e tradizionale. Con la fredda disinvoltura di chi non avesse fatto nient’altro nella vita, la Festi scivola agile fra i sette microfoni posizionati sul palco, acquistando la voce – sì, ma anche il timbro e il piglio – di ciascun personaggio. Con fare sinuoso e asciutto, domina – con la sicurezza di chi se la sia guadagnato sul campo, il diritto di farlo.
Così, nonostante tutto, ecco che è lei, a tirare i fili. Laura, che, forse per orgoglio, sceglie quella scorciatoia, pur di non pesare sulla famiglia, via via prende coscienza della posizione di potere, che, quel ruolo le regala – anestetizzandola in quel che le si rivela un mero mercimonio, in cui è lei sola a decidere fino a quanto e a quando concedersi… Non diversamente, la performer, che, sguardo diritto negli occhi del pubblico (felicemente ravvicinato, nella saletta messa a disposizione, nel primo week end, dal pub NOISE Il Cinemino), allusivamente accarezza i microfoni, mentre dà vita a personaggi, che le molte repliche a Edimburgo e New York sembrano aver tatuato nelle sue carni – sempre la medesima partitura, a loop, ri declinandola, però, fino a confluire nella sorda strombatura dell’urlo. E, così, la ripetizione si fa inveramento e la “piccola storia ignobile”, per dirla alla Guccini, volge in straniante favola dark, complice anche una sorprendente e intenzionalmente disturbante polifonia, sparata a tutto volume nelle cuffie del pubblico.
Un lavoro ben fatto, un ordigno di precisione, dove la somma delle parti (drammaturgia e regia, narrazione sperimentale musicale e performance) sublima in un risultato tanto sorprendente, quanto sorprendentemente capace di raccontare una favola realissima e inquietante.
Ancora in scena dal 7 all’11 ottobre, sempre all’interno della rassegna Milano Off Fringe Festiva, a Teatropolis ANIMANERA – e poi, al Teatro Franco Parenti, dal 16 al 21 febbraio 2027.




