Uno swing sull’oceano: fra Baricco e D’Elia

Si è conclusa ieri, la réprise di “Novecento” – testo di Baricco, diretto ed interpretato da Corrado D’Elia – ad inaugurare la Stagione 2014-2015 del Teatro Libero. D’Elia ancora una volta sceglie la modalità dell’ albummonologhi di narrazione, come “Non chiamatemi Maestro”, visto a  conclusione della passata Stagione, o “La leggenda di Redenta Tiria”, nella mini rassegna estiva; o, ancora “Io, Beethoven”, “Notti Bianche” o “Don Chisciotte”, tanto per ricordarne alcuni.
C’è una cifra, che li lega tutti: un one man show on stage, che, seduto a centro palco, ammalia il suo pubblico di auditori; c’è una peculiarità, che contraddistingue ciascuno: qui è l’introduzione del ‘movimento’ – variabile precipua di questo spettacolo, che ha una sua ragion d’essere, restituendoci quel modus destabilizzante, che è il perenne dondolio dell’oceano, al tempo stesso irragionevole, ma fondante baricentro di quell’equilibrio altro, che caratterizza il protagonista.

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E’ una questione di scelta registica. La storia è quella di Danny Boodman T.D. Lemon Novecento – aggiunto, quest’ultimo, dall’omonimo macchinista di colore Danny Boodman, a sugellare che il neonato era stato trovato proprio il primo gennaio del nuovo secolo.  Il bimbo era stato  abbandonato  – come si usava: in quell’epoca di miseria e di ricerca di riscatto oltre oceano – in una scatola di limoni – produttore un certo Tano D’Amato, anche se poi al padre putativo piaceva pensare che T.D. stesse per “Thank, Danny!”…  Fu ritrovato sul pianoforte a coda della prima classe del transatlantico Virginian. Destino intransigente, il suo: quello di essere così inscindibilmente legato al piroscafo, da non scenderne mai – nonostante ci avesse provato… -; ma con cui sarebbe invece saltato in aria – quasi fosse terminata anche la sua, di onorata carriera, insieme a quella del gigante del mare: malconcio, dopo gli urti della seconda guerra mondiale. E, con la stessa visceralità, quasi, avvinto anche a quel pianoforte – da cui, la sua genialità tutta istintiva nel solleticarne i tasti, avrebbe saputo trarne fuori note tanto bizzarre quanto sublimi. Fino a far parlare di sé il mondo sulla terra ferma – viene ricordato il duello a colpi di virtuosismi fra uno dapprima svogliato Novecento e Jelly Roll Morton, inventore del jazz, appositamente salito sulla nave solo per sfidare l’inusuale antagonista. Il narratore del monologo di Baricco è il trombettista Max Tooney – forse il solo vero amico di Novecento – custode della sua storia. “Non sei fregato veramente finché hai da parte una buona storia e qualcuno a cui raccontarla…”, gli aveva confidato un giorno l’amico: ed ora Max/D’Elia la restituisce al pubblico, quasi a giocarsi la sua sola chance. Quindi una storia di amicizia, senza dubbio, ma anche di ‘punti di vista’ – non è, in fondo, questo, che fa  il Teatro: offrire la propria visuale su stralci di vite, che non sarebbero, forse, così memorabili, se non fosse la genialità di chi ce le racconta, a farle sembrare tali, toccando quell’universale, che ci accomuna tutti? E poi una storia dentro la Storia – la guerra, sebbene solo tratteggiata sullo sfondo, con la sua atroce e stupida inutilità: che grida vendetta nell’inevitabile rottamazione, a cui il Virginian è votato, dopo anni di onorata carriera, proprio per la sola colpa, quasi, di esserne passato attraverso. O, ancora, la storia in minore: quella dei singoli uomini, che hanno solcato l’oceano, alcuni dei quali mossi dalla fame di riscatto – notevole, in tal senso, la restituzione, quasi in cammei, degli immigrati, che tagliano, per venti giorni, la biancheria della nave per ricavarne vestiti buoni per America; o, ancora, del grido totalizzante del primo che, alzando quasi per caso la testa, la veda, l’America -; ma anche quella del bel mondo che su quella stessa nave sembrava star facendo un altro viaggio – ché la prima classe davvero aveva poco a che fare con la terza: nonostante l’incontro/scontro in quel ‘tirar su col naso’, per la commozione, dell’opulenta riccona, accorsa insieme a tanti, la notte in cui il piccolo Novecento iniziò a suonare. E, non di meno, la storia di chi viva dall’altra parte della storia; e, così, alla fine, lo confida, all’amico/narratore: che quel che gli aveva impedito di scendere dalla nave era stato il paradosso per cui lui, pur abituato agli spazi sterminati dell’oceano, era stato preso come dalla vertigine, di fronte a quella città, che sembrava non avere fine. Questo, almeno, ci suggerisce, la scelta registica.

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Un testo gravido di suggestioni poetiche e spunti di riflessione, questo di Baricco; ed una scelta registica – si diceva -, che sembra optare in modo preciso: e, così, sceglie di raccontarcela in movimento, questa storia – sciabordante, come l’oceano su cui flutta -, segnando fin da subito uno iato fra il narratore – ma poi tutti quelli della sua schiatta -, che arranca, com’è normale che sia, sballottato dalla tempesta, ed il protagonista, invece, che in quella stessa tempesta passeggia tranquillo e leggero come un villeggiante: come se avesse i binari, sotto. Di qui, forse, l’idea di caricaturare le due categorie: vocianti, eccessivi, ridanciani – grezzi, quasi… – gli uni e, per converso, un Novecento, la cui timidezza ed estraneità si colora di un qualcosa fra l’efebico e l’asessuato. Così come interpretazioni sui generis sono quelle di alcuni passaggi topici del testo: il celeberrimo momento della caduta del chiodo, che sostiene il quadro, ad esempio, riproposto in una modalità mimico-gigionesca, che allunga – volutamente – e dilata – a dismisura – i tempi, laddove Baricco ce ne restituiva l’assurdità, fulminandoci con la velocità delle battute. Apprezzabile la scenografia: ancora una volta un non-luogo, giocato fra anonimi cubi bianchi di misure differenti – quasi detriti post deflagrazione, nell’intenzione registica; ma che funzionano anche pensando soltanto ai differenti livelli della nave: ponte, coperta, sala macchine… – e la centralità del riconoscibilissimo seggiolino da pianista – di quelli tondi, con l’ingranaggio a vite per regolarne l’altezza -; e poi ancora quei semplici pannelli verticali, che – ritmicamente animati dal basso, da faretti di luce fredda in contrastante alternanza col nero degli spazi vuoti interposti, felicemente in un paio d’occasioni si rivelano gli efficaci tasti del pianoforte. Suggestiva – da un punto di vista coreografico – anche la scena in cui Max si porta in giro il cubetto di luce blu/Novecento, nel turbinio di una tempesta, che precipita tutto nel buio, se non fosse per la fluorescenza dei cubi della scenografia – e che, forse, suggeriscono di poter in fondo ancora essere brandelli di un seppur improbabile ancoraggio, per il pianista, almeno.
Un’operazione senz’altro voluta e studiata, quindi, questa di D’Elia – che, una volta tanto, usa la musica come una compagna tenera e confidente, senza spingerla a dar plateale sfoggio di sé, com’era invece capitato in altre situazioni. Eppure un’operazione, che forse non emoziona come ci si aspetterebbe – complice, forse, anche la stanchezza di tante repliche… -, lasciando però al pubblico la voglia di andarselo a rileggere, il “Novecento” di Baricco: rilanciando l’interesse per quest’autore, per i suoi altri testi e per la letteratura. E non è pure questa sorta di diffusione virtuosa di curiosità, quanto meno, uno degli intenti politici dell’impegno teatrale?
E, così, a fine serata, ci accommiatiamo applaudendolo – pur senza enfasi -, quest’uomo, ch’era apparso nascosto nel suo impermeabile scuro e col viso coperto da un cappello a falda larga e che ora ci saluta spogliato – non solo metaforicamente – da quella storia, raccontando la quale darà forse un senso al suo accaduto: rinfilandosela addosso – per poi sgravarsene… – chissà per quante altre volte.