• Quando la mela morsa della liberazione si appiattisce sul dorso di un i-phone

    “Qualcuno che ti toglie il diritto alla felicità: questa è la mortificazione”, ripete – compulsivamente… -, nell’intervista-verità una delle due protagoniste: ed è di donne mortificate, in effetti, che si parla – per tutto il tempo… – in questo spettacolo – con leggerezza, ironia, sagacia: ma anche in modo toccante, a tratti, fino a raggiungere i nervi scoperti del proprio cuore…

    Meglio: di donne auto-mortificate: dalle loro madri, forse – anch’esse donne, ma che ancora credevano nel posto fisso e nel diritto all’ autorealizzazione -, o dai paradigmi culturali, che, al contrario, sembrano volerle supinamente asservite a figure maschili, a cui non si riconosce altra valenza che quella androcratica: uomini tutti uguali ed interscambiabili, ridotti al loro solo ruolo di dispensatori di ‘cibo’,  senza neppure più sapere se poi davvero ci piaccia, questo nutrimento, pur socialmente vitale; di fatto un mondo fatto di donne-in-ginocchio – tale è la posizione, anche fisicamente, per quasi tutto il tempo, delle due attrici in scena: con chiara allusione alla facilmente intuibile pratica sessuale spesso legata al mercimonio del potere… -, dove quel che le costringe sembra essere un loro auto condizionamento, anzitutto: perché la figura di ‘lui’ è talmente inconsistente, da essere resa attraverso fattezze stereotipate e anonime – un essere maschile che si esaurisce nei suoi calzoni ed in quella cravatta, con cui le soggioga, a mo’ di scodinzolanti ‘cani’, grati per qualsiasi insignificante attenzione il loro svogliato padrone si degni di concedere-; e certo non può avere la pregnanza drammaturgica di fungere – in quale che sia modo – da coprotagonista.

    http://www.teatrodellacontraddizione.it/rievolution.html
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    Ed è ben questa, la stizza di Eva: “La prossima volta che mi dai una costola, voglio roba di prima scelta!”, sembra imprecare a Dio.

    Già, perché è uno spettacolo a ‘due scenari’, diciamo così, questo “Ri-Evolution”: che si apre con la Creazione – spettacolarmente resa attraverso la proiezione di un cibernetico spettacolare Big Bang (la scissione di un’ideale Bosone: con tanto di stringhe del sistema binario a modularne gli esiti…) e del conseguente buco nero, da cui tutto trae origine e che trasfigura nella ‘mela del peccato’: per poi risolversi nella fissità di un Dio-triangolo, di massonica allusione… – e, subito dopo, ecco entrare in scena ‘lei’, un’Eva inedita – decisa e volitiva -, che racconta di un Adamo invece a tal punto ‘timorato di Dio’, da inventarsi l’éscamotage del serpente, pur di trarsi d’impaccio: non riuscendo ancora – a distanza di così tanto tempo… – a scrivere le tre semplici parole: “E’ stata lei!”

    E, a questo primo scenario – le cui atmosfere risultano amplificate ed impreziosite di valenze simboliche dall’utilizzo contaminatorio dalle proiezioni visive -, segue il corpus della pièce: una sorta di surreale chiacchiericcio auto consolatorio, in qualche modo – ellittico, ripetitivo, asfittico – con squarci di tv-verità, in cui ciascuna delle due, alternativamente, si confessa: con l’allucinato candore, di cui sembra si possa essere capaci solo dall’altra parte di una web cam… Due donne – la ‘segretaria stanziale’/Beatrice Fedi, ottimamente giocata sull’immagine cartoon, e la spregiudicata ‘dark-lady’/Roberta Mattei: efficacemente rese in scena dalle precise ed ottimamente sincronizzate attrici – che s’incontrano e ‘ci’ raccontano; e ‘si’ raccontano: in filigrana…

    Sono due prototipi di tutte le donne possibili, accomunate – con tutte – dalla dipendenza patologica da un ‘lui’ a tal punto fantomatico, da poter perfino tornare in scena – nel finale – e spogliarsi dei suoi indumenti maschili -come a dire che non è l’uomo a volerci succubi, ma siam noi per prime a non riuscire a schivar questa trappola?-, svelandosi essere quella forte e risoluta Eva, che indusse il primo uomo al ‘lapsus’ ed efficacemente resa da Francesca Ceccarelli, ottima anche nella chiosa: un accorato: “J’accuse!” – uno sprone alla rivoluzione: “Né di testa, né di pancia […], ma di ‘fica’”, rivendicando al potere generativo femminile il diritto/dovere ad una ri-voluzione, che sappia essere ri-evoluzione, appunto -, che punta il dito direttamente contro le donne: ree, loro per prime, di averne vanificato la sua rivoluzione, svilendone il simbolo – la mela morsa -, ora ridotto al banale logo apposto sul dorso dell’i-phone…-.

    Partitura stratificata, questa -che, non a caso, ha vinto il Roma Fringe Festival come Miglior Regia-, giocata sulla plurivocità delle parole – e delle suggestioni… -, lasciando trasparire la sua vocazione alla contaminazione: di strumenti e registri espressivi, certo -l’apporto tecnologico la fa da padrone; non di meno gli ammiccamenti al patrimonio pop televisivo-, ma anche di competenze -i DeMix scaturiscono dalla sinergia di professionisti di settori differenti: dalla drammaturgia alla regia, di certo, ma anche visual art designing e psicoterapia-: il tutto affidato alla traduzione scenica di tre giovani attrici che dimostrano di sapere il fatto loro. Ancora domani sera, al Teatro della Contraddizione.


  • Ofelia alla riscossa: arguto divertissement metateatrale

    La prima scena di quest’ “Hamletelia” – un po’ Amleto ed un po’ Ophelia… – subito ci accoglie con un profluvio di nebbia – “di Danimarca…”, come avrà poi da specificare la stessa protagonista…- ed un luna lattiginosa e sfuocata -proprio come lei: persa nelle spirali dell’insennatezza, che ne iconizzano tradizionalmente il pesonaggio -: e – subito – ci si sente ‘a casa’, come quando si riconosca un luogo, in cui magari non siamo mai stati, ma che conosciamo bene per averlo visitato attraverso i racconti altrui.

    http://www.spaziotertulliano.it/Spazio_Tertulliano/Hamletelia.html
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    E, in quest’atmosfera simil gotica, eccola: Ofelia, involuta in un ‘bozzolo’ – è stato scritto; ma che, personalmente, mi ha evocato più l’immagine di un immacolata placenta: entro cui avvolgersi, involgersi, evolversi… e finalmente paradossalmente (ri)nascere: nel ritmo bivalente della marea e dei flutti che tornano ad infrangersi sulle scoscese scogliere di Elsinore: “dove tutti sanno tutto di tutti…” e a cui lei sembra voler dare un’altra versione dei fatti: quella del ‘dubbio’… -, che riemerge dalla terra dei morti per raccontarsi – finalmente -, vendicando quel peccato di omissione, che pure rinfaccia al ‘padre’ William. E se dapprima il suo dire, pur da subito ironico e divertentemente pop – dall’allusione alla sua ‘sindrome di Stoccolma’ nei confronti di Amleto, alla vocazione, tutta femminile, d’innamorarsi per lo più di uomini intellettuali e problematici: senza possibilità alcuna di scampare allo spirito della ‘crocerossina’ – ancora molto concede alle pagine della letteratura shakespeareana – i passi salienti, non a caso, vengono recitati direttamente in inglese -, a mano a mano che la pièce si dipana, affiora una presa di consapevolezza, che la porta a staccarsi dalle vicende della propria tragedia per espandersi – in questa candida orgia di rivalsa – alle altre drammaturgie del poeta, a cui rimprovera di aver fatto di lei un’eroina inane e silente – di contro al ruolo di ben altra portata assegnato a Desdemona, Giulietta, Cleopatria o Lady Macbeth. Insomma una cavalcata – arguta ed efficace -, che spazia dal plot dell’ “Amleto” – le vicende dei cui personaggi ci son tratteggiate, sì, ma con la curiosa e graffiante compartecipazione, con cui si racconta l’ultimo pettegolezzo da ‘voci di corridoio ‘- all’evocazione del succitato full di eroine: rivivendone i passaggi clou, scimmiottandone le passioni e parlando loro a tu per tu in un ipotetico – divertente – battibecco metatemporale. Già: perché, dal momento che viene introdotta l’abilità di Amleto capocomico, il discorso rimbalza ad un livello differente: e si fa metateatrale – “La funzione del teatro è quella di porgere uno specchio alla natura”, dice Ofelia… -; fino a ché ad esser deflagrata è direttamente la quarta parete: col lancio in platea della pantegana, prima, e poi direttamente con la discesa della protagonista fra il pubblico a distribuire quelle erbe medicali – il rosmarino per la memoria… la margherita simbolo dell’amor non corrisposto… la ruta pianta del pentimento… -, che lei stessa deve ricordar di assumere come rimedio all’oblio. Il tutto in una scenografia abitata da oggetti improbabili, alcuni, ma dall’alto valor simbolico – la terra/letame, stigma della sozzura dell’amor incestuoso di Geltrude e Claudio; la pantegana/’zoccola’ alternativamente Ofelia (come lei ‘morta’ e, ancora come lei, ‘zoccola’: in quanto ‘abusata’, affettivamente, da tutti gli uomini della sua vita…) ed il di lei padre Polonio: cadavere da seppellire; le fosche cornacchie, transazionalmente identificate col funereo Amleto, ma anche con l’aspide, che diede la dolce morte a Cleopatra, suggendone il petto di lei nutrice – e, altri, in accordo alla più canonica delle iconografie – le vesti bianche, come lei: “candida come la neve, pura come il ghiaccio”: frase, quest’ultima, che allude alla sua illibatezza altrove tacciata di frigidità -; ma, animata – soprattutto – dalla performance di Caroline Pagani, autrice, regista ed interprete di questo divertissement, che non perde l’occasione per raccontarci – trasversalmente – qualcosa sul teatro: attraverso un classico del calibro di Shakespeare e senza le reticenze o il falso pudore di chi sia troppo impegnato a prendersi sul serio per ricordare la differenza fra ‘serietà’ e ‘seriosità’.

    Allo Spazio Tertulliano ancora fino a domenica 20 Ottobre.


  • Lurex-alienazione ed altre piccole miserie dell’oggi

    Sarà perché ad esserci passati attraverso, ci si ritrova appieno – i meccanismi, le dinamiche, le idiosincrasie di noi ‘generazione mille euro’, ad andar bene, spesso raggranellati in quei moderni opifici dell’alienzione che sono i call center… -; sarà per la bravura dei due attori – Simona Migliori alias ‘Cristina’ e Patrizio Luigi Belloli/Alex -, generosi nel declinare le compulsioni comportamentali di vite svuotate, approdate al cosiddetto ‘lavoretto’ di ripiego – “E, intanto, coltivo i miei sogni…”, ci si dice, all’inizio: ingoiando il rospo… -, che poi fatalmente s’insabbiano lì: nella routine depersonalizzante di giorni vissuti in day mode and night mode; sarà per la capacità di raccontarci – drammaturgicamente – tutto questo anche attraverso movimenti scenici ossessionati nel loro riproporsi – uguali a se medesimi eppure colorati dalle differenti temperie emotive, che il gioco trasversale della vita ordisce… -; sarà per tutto questo – e per altro ancora -, ma quel che ne risulta è una piéce coinvolgente, capace di mixare serio e faceto, squarci di confessione autentica – notevole, la scena della ‘confessione’ nel disperante baccano della discoteca: con le luci stroboscopiche che enfatizzano lo iato fra il fragoroso lacerante dolore della loro condizione umana e l’impalpabile realtà che, al contrario, sembra perder consistenza negli intermittenti ritmi ossessivi e depersonalizzanti – e lampi di trash – geniale e divertente il parallelo con la saga di “Dinasty”: che ufficialmente nessuno dei due vede, ma di cui entrambi conoscono a menadito gli intrecci…

    http://www.linguaggicreativi.it/spettacoli/lurex/
    http://www.linguaggicreativi.it/spettacoli/lurex/

    E poi il tema dell’arrivismo – meglio: di come una piccola ‘variabile’ possa insinuarsi a spazzar via rapporti consolidati da una decennale ripetitività condivisa -, del tempo che passa – “Ho trentacinque anni…” e poi, ancora: “Quando lui mi ha lasciata… mi son specchiata nella vetrina del bar: ero una vecchia…” -, dell’isolamento di vite giocate di scatola – la position del call center – in scatola – non a caso, probabilmente, Alex vive in un monolocale: di venticinque metri quadri… -, in percorsi scanditi e precostituiti – gli stessi: ogni santo giorno… -, come automatizzati Miss Packmann, che non sanno che carpirla ad un differente videogame – la telenovela -, quella ‘favola bella’ “…che ieri m’illuse, che oggi t’illude…”. E poi tutto porta lì: all’amore; meglio: alla solipsistica proiezione di un ‘lui’ idealizzato – “Ma è tanto difficile trovarsi un uomo?”, fa eco, Cristina, alla domanda della madre all’altro capo della cornetta: “Sì…”, conferma con voce profonda ed una mimica corporea più che coerente, Alexis, dal suo idealmente attiguo loculo/appartamento-, che neppure vediamo, ma che è il reale agregatore -di sogni, energie, aspettative, ambizioni, rivalse… -, attorno cui tutto cortocircuita.

    Bel lavoro, questo “Lurex” – testo di Simona Migliori e con la regia di Amedeo Romeo -, ancora in scena ai Linguaggi Creativi nel prossimo week end: godibile, ironico, scanzonato, divertente, ma che trasmette -in filigrana- lo sconcerto di un disagio -forse più che ‘generazionale’-, che non sopisce: né nelle risate di un pubblico numeroso e partecipe, né in quel sapiente misurare ritmi e pause -e non è sempre così semplice-, lasciando che tutto quel che si ha da dire affiori, coi giusti modi.

    Unico appunto il finale: forse un po’ ‘sbrigativo’, a opinabile parer di scrive.


  • Arguzie teologiche… in salsa Odemà

    Già marchiati dalla vermiglia lusinga di un diavolo, che non ti aspetti -un po’ Chaplin, ma con la suggestione estraniata di Ibsen-, entriamo ad assistere a questo “A Tua immagine” degli Odemà, che, ieri, ha inaugurato la Stagione del TdC.

    fotografo Marco Caselli
    fotografo Marco Caselli

    Se già l’incipit -una sorta di: “In principio era il Verbo…”- riecheggia delle tematiche ‘seriose’, contro cui gli stessi attori/autori vogliono ‘remar contro’ -alleggerendo…-, non differente è il proseguo: che continua a scegliere -intenzionalmente e consapevolmente- di trattare temi decisamente al di fuori dei rumors della vita di tutti i giorni: questioni teologiche ‘alte’, quali la natura di Cristo (questione monofisita), l’accezione del suo esser ‘figlio’ di Dio (‘ùios’ o ‘téchnos’?), la lotta quasi manichea fra Bene e Male e -ciononostante- il legame a doppio filo fra loro, affinché ciascuno dei due possa persistere (necessità del Male nel mondo)…; ma anche questioni legate al potere e quanto si sia disposti a sacrificare pur di mantenerlo; di queste, soprattutto, si tratta nella seconda parte ideale dello spettacolo: quando un ‘dio’ ostentatamente reticente, a seguito delle continue insistenze del ‘figlio’, si decide a parlare della ‘chiesa’ e di ‘crociate’ e  ‘inquisizione’ quali strumenti per consolidarla e diffonderla nel mondo.

    Eppure persiste, in questa “via crucis d’avanspettacolo” -questo è quanto riportato alla voce ‘genere’ della programmazione del TdC- una forsennata vocazione alla leggerezza, sospesa fra ‘Mistero Buffo’ di Fo ed una sorta di gaberiano ‘Teatro Canzone’ -moltissimi gli stornelli (parole e musiche dello stesso Ballardini, per lo più) da cui è animata la pièce: da quello che inizia con: “L’uomo è un legno buono…”, in cui si allude all’assoluta malleabilità della ‘creatura’ nelle mani (e nelle ‘strategie’, verrebbe da dire…) del ‘Creatore’, alle ballate ‘promozionali’, in cui si sciorina l’interminabile teoria di martiri, che produrrà la Chiesa pur di placare l’inestinguibile sete di affermazione egocratica di questa divinità delirante, fino al “Un blasfemo”, di De André, a dar un po’ il senso al tutto: “non Dio, ma qualcuno che per noi l’ha inventato/ ci costringe a sognare in un giardino incantato…”-.

    Dunque: “Si ride?”, verrebbe da chiedersi; sì, certamente non si può non ridere di fronte alle trovate di quest’inedita triade, un po’ armata brancaleone: Dio/’padre’ (immaginato come una sagace vecchia bisbetica -posseduta da un irrefrenabile delirio di onnipotenza- ed impersonata da una strepitosa Giulia Diletta D’Imperio, che la fa da padrona con un lavoro sia mimico che vocale così preciso da farci scordare la sua effettiva età anagrafica, innescando uno spontaneo transfert verso Tina Pica), il ‘figlio’ (Davide Gorla: un po’ coscienza collettiva, un po’ cartina di tornasole nel riportare al un ‘principio di realtà’ le deliranti ambizioni del ‘padre’: di cui spesso si meraviglia, s’indigna, a cui si ribella… ma poi -come capita- si arrende: di fronte ad una volontà certo incomparabile alla sua) e il ‘diavolo’ (elemento antitetico -nel senso hegeliano del termine, anche-, che le prova tutte pur di raggiungere una ‘sintesi’ definitiva e conciliatoria -“Che non si dica, un giorno, che il Diavolo non ha tentato Dio…”-, nel crescendo di un personaggio d’esordio volutamente impacciato e sottomesso, manipolatore, poi -né vile, né ignavo, ma semplicemente alla cerca di una comoda assoluzione verso i posteri-, fino alla riscossa dell’arcangelo della seduzione: ed Enrico Ballardini riesce a trasformarsi, in questo processo, con una tal naturalezza e poliedrica credibilità, da non farci quasi accorgere che, per certi aspetti, in fondo è lui, il vero protagonista: col suo porsi nella moderna spregiudicatezza di chi non teme di passar per quel che non è, pur di centrare lo scopo-. E poi: un superbo sistema di simbolismi -dal drappo bianco-materia informe, sostrato e ricettacolo di (neo)platonica memoria, ma anche ‘quinta’, all’occorrenza e telo ‘pietoso’, al gioco del ‘bacio’ -in scena, ma anche fuori: perché se è vero che l’altro nome del diavolo è ‘peccato’,come ricorda la stesso ‘dio’, è altrettanto vero che non c’è uomo che non ne abbia commesso uno: e che, perciò, dobbiamo tutti pentirci…-; dalla splogliazione del ‘figlio’ -benché le sue vesti, qui, nessuno intenda giocarsele a dadi…-, che ne rivela lo stilema tradizionale dell’INRI, a quel calzar zoccoli, da parte del diavolo, sovrapponendolo idealmente all’iconografia dei ‘satiri’ -spiriti gaudenti ed irriverenti della tradizione pagana-, in filigrana al discorso monoteista: questo, per citarne solo alcuni.

    Per chi si fosse lasciato stuzzicare, lo spettacolo è in replica al Teatro della Contraddizione da stasera e fino -solo- a giovedì, 3 ottobre…