• Il volo de-siderale: cronaca di un’inabilità annunciata

    Quante forme ha l’amore? E – quante… – la solitudine, l’isolamento, la malattia? Quante, ancora, la speranza, la… ‘desideranza’?

    http://www.teatrialchemici.it/index.php?scheda=desideranza
    http://www.teatrialchemici.it/index.php?scheda=desideranza

    In questa pièce tutto si consuma al quinto ed ultimo piano di una casa, in cui si sono ritirati due fratelli – disabile, l’uno: dalla nascita; inabile l’altro: reso tale dalla vita – ad aspettar che passi la processione del Santo. Sono entrati dalla porta, resa scenicamente dai due gradini della scaletta che conduce al palcoscenico e su cui per buona parte del tempo resta acceso un occhio di bue: perché quella soglia è lo spartiacque fra il mondo che si sono incontrovertibilmente lasciati alle spalle e quello spazio sgombro, ma affollato dai pensieri, parole, ricordi, rituali, ammiccamenti, speranze, ripensamenti, che accompagnano Pino e Sergio al loro volo (de)siderale, che li consacrerà ‘santi martiri’, nei loro vaneggiamenti. Gli attori erano venuti a bordo palco a consumare il loro rito: quel ‘bagnarsi’ le maniche – solo dopo ce ne verranno svelati il contesto e le implicazioni – non a caso in un ambito non differente da quello della platea, quasi a significare una comunanza ideale con ciascuno. Già, perché quello che è successo – e che sarebbe potuto succedere a chiunque – è una ‘disgrazia’ – ‘si’ e ‘ci’ dicono -; mentre quel che lentamente – e renitentemente – va prendendo consistenza, in quel non luogo che è la soffitta – sorta di cerchio magico, dove le pietose fantasie dei due uomini acquisiscono spessore fino a venire alla luce a conclusione di un parto travagliato eppure inevitabile – è quel che in qualche modo restituisce la specifica qualità del loro precipuo essere-al-mondo: un modo fatto di rapporti morbosi, ora teneri e giocosi – quel loro reciproco chiamarsi ‘Tesoro’ o identificarsi in personaggi da cartoon con tanto di slang inglesizzante -, di cura reciproca – se è Pino, in affetti, a sentirsi a tal punto responsabile del fratello da ritenere impensabile il non portarlo con sé per sottrarlo alla via crucis di assistenti sociali ed istituti a cui lo lascerebbe, è, per altro rispetto, Sergio ad essere definito ‘faro’ e ‘dono’: di certo perno attorno cui Pino ha costruito la propria esistenza nel bene e nel male e senza cui non saprebbe come collocarsi -, di contatti dalla fisicità ancestrale e di una complicità chiaramente figlia di lunghe angherie subite insieme: come i brevi ricordi di quella madre ‘lettona’, ‘cicciona’, ‘mangiona’, ‘pisciona’ e ‘cagona’, che li chiama senza posa perché vuole che stiano con lei – dissuadendoli dal frequentare ragazze, ‘tutte buttane’: da clichet – ben lasciano intuire; e questo spiega anche quel bisogno di essere ‘puliti’ e ‘profumati’, in quella loro unica/ultima impresa: quasi a voler ancor più prender le distanze dalla genitrice vessatoria e maleodorante. Il tutto viene reso in modo feroce, a tratti – perché Pino, che pure lo ama di una tenerezza smodata, talvolta lo definisce ‘geco’, il suo fratello ‘friabile’… e Sergio, dal canto suo, lo appella ‘parassito’ -, ma leggero – non mancano le boutades, più o meno volute, di Sergio, che, in alcuni momenti davvero sembra incarnare quel principio di realtà, che dovrebbe invece essere Pino – dalla sapiente scrittura di Luigi Di Gangi ed Ugo Giacomazzi, reduci da esperienze di laboratori teatrali con persone diversamente abili; e lo si intuisce subito: sia dall’approccio ludico che il fratello ‘sano’, spesso adotta con l’altro, per vincerne le resistenze, sia – soprattutto – per via di quella mimica – la rigidità dei movimenti, quell’anchilosare le dita o ridistenderle, subitaneamente, con scatti repentini, o, ancora, quel volto stravolto eppure quasi inespressivo per via di uno sguardo costantemente sfuggente… – che Giacomazzi riesce a sostenere e a far risuonare – per l’intera durata – con inevitabile impatto emotivo.

    E poi alcune idee vincenti: dalla scelta dell’ambientazione – quel non-spazio, che forse un po’ suggestiona la soffitta, da cui presero il volo Wendy ed i suoi fratelli, seguendo Peter Pan sull’Isola-che-non-c’-è; molto disneyano, del resto, nelle suggestioni, quanto meno, è pure la scelta del tappeto volante… – a quella finestra quale unico oggetto scenografico – finestra identificata da una tenda a fiori e attraverso cui filtra una luce vespertina, già presaga di tramonti… -; da alcuni movimenti scenici – quante corse circolari: chiara allusione a qualcosa di irrisolto ed irrisolvibile… – ad una scrittura drammaturgica, che – di pari pari – spesso torna ad involversi nelle sue stesse spirali: a significare un pensiero oramai in scacco ed incapace di qualsiasi processo evolutivo-; e poi la mimica di quel confetto rosso…

    Queste, le mie suggestioni riportate da “Desideranza”: in scena al Tertulliano fino a domenica 01 Dicembre, a coronamento della rassegna/gemellaggio col Teatro Garibaldi Aperto (Palermo), il “Contagio”.


  • Le poliedriche suggestioni pop di Don Chisciotte

    L’idea vincente, in questo “Don Chisciotte – Opera Pop”, drammaturgia e la regia di Emilio Russo, è quella di mixare: atmosfere, piani e livelli. E’ come se, a monte, ci fosse stato un radicale brainstorming e, quello che compare in scena, non fosse altro che l’evocazione capace di dar sostanza a quelle suggestioni. Così convivono, nonostante l’evidente diacronicità, un passato cavalleresco – cortese e sognatore – ed una contemporaneità, che sa di periferia asfittica e desolante: in un non luogo dal familiare nome di ‘Toboso’, ma che altro non è che un ipotetico stargate, quale loro unico punto d’incontro possibile.

    http://www.tieffeteatro.it/
    http://www.tieffeteatro.it/

    E non è un caso se, al grido di: “Saanchoooo!!” sulla scena irrompe, per primo, un Don Chisciotte bardato di tutto punto – armatura, scudo, lancia e parastinchi -, a richiamare il sempre renitente scudiero al loro dovere di ‘erranti’ – altrove, Sancho, farà della facile ironia sull’ambiguità di questo verbo “errare”… -; e non è un caso se, sorprendendogli fra le mani una mitraglietta, lo apostroferà, mettendolo in guardia contro quelle moderne e facili armi di distruzione, degne solo di uomini codardi ed incapaci di affrontare il nemico nel cavalleresco corpo a corpo. E, di lì, si snocciola il racconto per ‘topoi letterari’ – la battaglia contro i due greggi di pecore scambiati per due eserciti, la lotta contro i mulini a vento, il motivo amoroso di Dulcinea… -, ma all’interno di una ‘taverna’ – sembrerebbe, a tutta prima -, che si scopre poi essere un locale in cui, essendo appena stato festeggiato un matrimonio, i musici avrebbero poi deciso di trattenersi a suonare, aspettando l’evento epocale, che stava per compiersi in quel 20 luglio 1969: il primo sbarco di un uomo sulla luna. E, così, si aggiunge suggestione a suggestione: a quel mondo sognante e cortese d’antan, che forse solo Don Chisciotte sapeva ancora vedere – “Tu non vedi perché guardi con gli occhi!”, rimproverava allo scudiero –, quello per altro verso anch’esso carico di belle speranze – i favolosi anni “60, non a caso, che pure stavano per finire… ma non senza regalare l’estrema emozione dell’approdo in un luogo tanto remoto quanto fantastico ed insperato -, ora coronate da quel ‘piccolo passo per l’uomo, – eppure -un gigantesco balzo per l’umanità”, com’ ebbe a dire lo stesso Armstrong.

    Due coloriture emotive sulla stessa lunghezza d’onda: entrambe a parlarci – con un retrogusto dolce-amaro – di una stagione che si conclude mentre già ne avanza un’altra, ma i cui prodromi in qualche modo rivelano i germi di qualcosa che non può che inverarne le premesse. E, così, quella luna sulla cui superficie per la prima volta un uomo calcò la sua impronta, è quella stessa, per sfiorarne il cui profilo Don Chisciotte era salito sul monte più alto; e come non ricordarsi che, ancora lei, era quella alla cui volta si era diretto Orlando per riappropriarsi del proprio senno? E che, sempre lei, è quella a cui chissà quanti lupi avranno ululato; e quanti amanti, poeti e sognatori indirizzato le loro invocazioni. “Dulcinea è un nome a metà fra canzone e preghiera”, sospira, ad un certo punto, il parrebbe vinto Cavalier dalla Triste Figura; ed son proprio le canzoni, in quest’opera pop, a farla da padrone: modulate dalla voce dell’ispirata Helena Hellwig, dalla timbricità potente e suadente – come il prezioso e frusciante broccatello porpora che ne valorizza la figura -, e suonate, pizzicate, tamburellate dai mastri Alessandro Nidi, al pianoforte, Francesca Li Causi, al contrabbasso ed Enrico Ballardini alla chitarra a far da contorno – in quel ‘Toboso’, appunto – al bisbetico e tenerissimo duettare di un attempato, ma indomito Don Chisciotte/Alarico Salaroli – dai vezzi, bizze e stramberie di un vecchio bambino – col suo prosaico, ma non per questo meno stralunato scudiero – Sancho Panza/Marco Balbi -: bravi, entrambi, nel modulare la loro anacronistica estraneità da quel mondo dominato dal ‘Potente Incantatore’ – la televisione: che, a tratti, riporta news dell’allunaggio e che Don Chisciotte ovviamente scambia per un nuovo bizzarro nemico da combattere -. Una realizzazione emotivamente coinvolgente e drammaturgicamente convincente, che, senza pretesa di parlar dei massimi sistemi, sa certo offrire emozione e spunti di riflessione, a chi li desidera – come non sentir l’eco del biblico: “Vanitas vanitatum”, nell’inconcludente vaneggiar del Cavaliere e nella sua lotta contro, appunto, fatui mulini a vento? – ed un benevolo ed intenerito sguardo sulla condizione umana di cui potente stigma sanno essere Salaroli e il suo generoso coprotagonista Balbi.

    Ancora fino a giovedì 28 Novembre al Tieffe Menotti.


  • Un’ ilare giungla di puntiglio brechtiano

    E’ sempre una sfida portare in scena un autore duro e rigoroso come Brecht: e che tratta tematiche altrettanto scomode, scandagliandole senza sconti di pena; e, così, uno dei modi possibili, forse, è proprio quello adottato dalla regista Marina Spreafico, che, in questo “Nella giungla delle città”, sceglie di alleggerire, spingendo sul pedale dell’ironico e del grottesco a stemperare quell’inevitabile claustrofobia, che le sempre nodali questioni trattate dal drammaturgo ingenerano.

    http://www.teatroarsenale.it/in-scena/il-mio-nome-e-bohumil/
    http://www.teatroarsenale.it/in-scena/il-mio-nome-e-bohumil/

    Questa volta il nodo gordiano, attorno a cui si agita l’intreccio, è una sorta di braccio di ferro – metafisico, quanto apparentemente ‘sine ratio’ – fra due uomini: il ricco e non più giovane mercante malese Shlink ed il commesso di un ‘temporary bookshop’ – si direbbe oggi -, che dalla sua ha certo la forza di una vita ancora tutta da farsi, pur nell’iniziale émpasse di essersi appena trasferito in città – e con tanto di famiglia a carico – con le immaginabili difficoltà economiche, che questo comporta. Ed è proprio lì che il malese vuol andare a colpire: sul (presunto) stato di bisogno – e di ‘ricattabilità’, quindi – del ragazzo, a cui offre somme sempre più alte per il capriccio di comperarne non tanto i libri – regolarmente in vendita nell’emporio e verso i cui contenuti Shlink ostenta un’assoluta indifferenza -, quanto la sua personale opinione, rispetto a cui il fiero Garga, al contrario, mostra un irriducibile spirito di non sottomettibilità. E’ lì che nasce il ‘combattimento’, una sorta di duello panico, che conflagra, coinvolgendo tutto e tutti: la fidanzata del giovane – per prima, indotta a fare la vita nella locanda cinese di uno dei tanti ‘sottomessi’ al potente Shlink – e la di lui sorella – presa a servizio dallo stesso magnate e poi, lentamente, condotta sulla medesima strada, nonostante la domanda di matrimonio… -, i genitori di lui ed egli stesso, soggiogato dalla cessione dell’intera attività economica del malese, ma mai veramente (av)vinto, come il seguito dei fatti avrebbe dimostrato. Perché il punto non è, tanto, vincere la battaglia – e cioé comperare o meno le opinioni o la vita del giovane -, quanto far durare la guerra: in un ostentato gioco di non belligeranza e cortesia. Lo capisce bene, questo, George Garga: lo ammette, ad esempio, quando, giacendo in preda all’oppio nel bordello cinese, con parole che lo stesso Brecht ruba a Rimbaud, lo chiama “mon époux infernal” – a sottolinearne la natura malata ed ambivalente di un rapporto che sta declinando su pericolosi declivi – o, ancora, quando, alla sorella Marie, anch’essa perdutamente innamorata del cinese – nonostante tutto -, confessa: “Amore ed odio sono le più avvilenti delle passioni…”. E, attorno a tutto ciò, la Chicago d’inizio “900: città cosmopolita e dalle belle speranze – nell’immaginario dell’epoca -, ma di cui il drammaturgo tedesco mette in luce le brutture, le miserie e le insidiose lusinghe di una vita associata che tanto sa dell’ ‘homo homini lupus’; anzi, peggio: forse – ancor più radicalmente – di quell’ inferno sartriano, che è non tanto per una necessità di sopravvivenza – come nella legge della giungla -, quanto lo scellerato trastullo di chi, avendo tutto, cerchi di salvarsi da una noia ‘mortale’ e kierkegaardiana; e poi ne fa una questione di principio e di sopravvivenza: ecco perché lo scontro diventa epico e all’ultimo sangue. E Chicago trema. Certo: il riferimento realistico è ai terremoti che spesso scuotono quelle zolle; ma come non vederne la metafora di un sistema minato fin dalle fondamenta? Ed è proprio qui, ad esempio, che giustamente si stempera: proponendo una messa in scena che alleggerisce, divertendo – dal tremolio del cappello da cerimonia della sig.ra Garga, durante il secondo terremoto, al tintinnio delle stoviglie, durante il primo -: risultato ottenuto spesso grazie ad una marcata tipicizzazione – Paui Galli e Mattia Maffezzoli, rispettivamente il tenutario del bordello cinese ed il tirapiedi di Shlink, Fabrizio Rocchi/Pat Manky, ad incarnare il prototipo del sogno americano o la stessa brava Vanessa Korn, oramai però forse troppo spesso sacrificata in ruoli di tal genere… – o attraverso la destabilizzante introduzione di figure apparentemente non-sense quali i signori Garga – Marino Campanaro, nei panni di un padre avido e facile al compromesso, se ben remunerato, ed una splendida Claudia Lowrence, genitrice stralunata, ma non quanto vorrebbe dare a mostrare, capace d’intrattenere con pezzi d’invidiabile energia e di spiazzante comicità -. Agli altri tre attori vien assegnato un contegno più tradizionale, che ben sa calzare Mario Ficarazzo/Shlink, ma – soprattutto – Lorena Nocera/Marie Garga e il convincente Giovanni Di Piano, il Garga protagonista. Reso leggero e funzionale anche dalle sempre rinnovate scenografie di Valentina Menon e dagli instancabili movimenti scenici, “La giungla delle città” è in scena ancora nel pomeriggio all’Arsenale.


  • Ifigenia, Medea e Alcesti: L’anima nera delle donne

    C’è qualcosa d’ immediatamente mistificatorio, quando si pensa al cinema. Si dice: “E’ la vita, questa, non è un film” o, ancora: “Quello si è fatto un film…”, alludendo, nella vulgata quotidiana, all’indugiare in fantasie proprie, senza che queste abbiano poi molta attinenza con la realtà; e ci parla – ancora – di ‘proiezione’: scomodando o meno l’accezione psicanalitica.

    Così, non si può far a meno di interrogarsi sull’intento drammaturgico dell’ambientare “Solo di me. Se non fossi stata Ifigenia, sarei stata Alcesti o Medea” – di Francesca Garolla e per la regia di Renzo Martinelli – in un cinematografo – pure un po’ d’année: con tanto di sedili ancora in legno ed un ipotetico film proiettato in bianco e nero… -: questa, la prima sollecitazione.

    http://www.teatroi.org/?page_id=2284
    http://www.teatroi.org/?page_id=2284

    Sulla scena, frattanto, gradatamente prende corpo e si consuma quella che, a tutta prima, sembra una ‘educazione sentimentale’: due donne adulte ed una giovane – forse, ma altrove si insinua abbia più di quarant’anni… -: le prime a preoccuparsi di impartirle le ‘regole’, che le serviranno per aver ‘successo’ – leggi: ‘accalappiarsi un uomo e tenerselo in modo esclusivo’ -, mentre la malcapitata – azzittita da un pertinace freudiano singhiozzo – si ritrova ad esser vittima in balia delle due megere.

    Pur in quest’ambientazione spiazzante, all’inizio sembra trattarsi solo di una sorta di ricerca della candidata ottimale: nonostante le caratteristiche fisiche della prescelta non sian certo incoraggianti – mancano un senso florido e fianchi forti, spie di una buona predisposizione alla riproduzione; niente spalle larghe indispensabili a sorreggere il peso dei bambini; e capelli cortissimi, per di più, che poco ne ingentiliscono il volto -, si è trovata solo lei; e così le due donne si accingono a procedere: prenderne le misure, trasmetterle le regole – ubbidienza, bellezza, onnipresenza, sex appeal… – e spogliarla dal suo inadatto abitino verde per rivestirla con un simbolico abito da sposa. Ma c’è subito qualcosa di sinistro, che trapela da tutto ciò: perché le due donne, che via via capiamo essere rispettivamente la ‘santa’ Alcesti e la ‘strega’ Medea, si lasciano sfuggire – a tratti – squarci delle loro esistenze, rinfacciandosele reciprocamente, quasi che l’essere, ciascuna, qual effettivamente è fosse la sola alternativa possibile al voler evitar d’essere, invece, com’è l’altra: in una sorta di dicotomico aut-aut, a cui sembra porre fine solo il laconico: “Basta!”, unica parola fino a qui pronunciata dalla donna-oggetto Ifigenia; ma poi – subdolo – riprende, il gioco al massacro: fino alle conseguenze ultime. E le due archetipe alternative si rivelano sempre più nelle loro sordide miserie: non ‘madre amorevole’ e ‘moglie irreprensibile’ è l’Alcesti nelle parole di Medea, ma donnicciola incapace di qualsiasi vita autonoma – al punto da relegarsi al passaggio di consegne dal padre al marito –, efficacemente interpretata da Anahì Traversi, che sa renderla stigma della perfetta ‘donna-di-casa-e-di-salotto’, che le cela sotto il suo formalismo impeccabile, le insicurezze e frustrazioni di una donna dal temperamento flaubertiano – ; né, Medea, è quella donna forte e risoluta, che vorrebbe apparire, ma furibonda e sacrilega assassina dei suoi stessi figli, nell’ottima resa di Valentina Picello, brava nel giocare sia i toni un po’ grotteschi e spiccioli della single in vena di auto assoluzione, che quelli alti della madre, che con folle lucidità teorizza la liceità di una sorta di aborto ‘a posteriori’. Al punto che Ifigenia vacilla – fisicamente, anche, nella sua camminata faticosa e incerta – e sembra voler rinunciare… Ma poi hanno buon gioco, le due: e lei s’immola al suo destino come con disarmante evidenza sa restituirci Paola Tintinelli, con la sua sapiente mimica volutamente naif, che fin da subito esprime tutta la predeterminazione di quel ruolo sacrificale, che sembra essere ineluttabilità di donna: a prescindere dalle modalità con cui verrà consumato.

    Cosa ci resta, allora, di questo ‘film’ in fondo ancora da girare? L’immagine della subdola ferocia dell’anima nera delle donne – qui: aguzzine, esse stesse, di altre donne, pur essendo state, per loro stessa ammissione, un tempo loro per prima vittime -; l’abbagliante candore dell’anima ingenua delle donne – di quelle donne-muro, che nessuno sa capire e che si confondono, quasi, con la tappezzeria -, quando decidono di prendere in mano, forse un po’ donchisciottianamente, la loro esistenza, pur senza ben sapere dove andar a parare… fino a trovarne l’inaspettato senso in una visione – una cerva… -, magari soltanto quando resta oramai solo il tempo per morirle accanto; tre efficaci performance attoriali, all’interno di trovate drammaturgiche e registiche azzeccate: notevole l’ultima scena a tre: in cui il cinema ed il suo schermo si trasformano in ‘coro’, proiettando, amplificando e disambinguando la portata epica di questa tragedia fino a quel momento giocata nei toni quasi estranianti e discronici della contemporaneità.

    “Solo di me. Se non fossi stata Ifigenia, sarei stata Alcesti o Medea”: ancora fino al 5 dicembre al Teatro i.


  • L’oscura poesia sul confine della normalità

    Si è da poco conclusa l’ultima replica di “Poetry in motion”, al Teatro Verdi, dove ha trovato ospitalità per tre giorni. Nato da un’idea delle Dott.sse Enza Baccei e Teresa Melorio, si è poi tradotto in un progetto condiviso da artisti, professionisti ed utenti di Botteghe dell’Arte del MAPP – Museo d’Arte Paolo Pini -, centro diurno di Ca’ Granda, dislocato nelle strutture dell’ ex Paolo Pini e che intende l’arte come strumento di cura.

    Così non è probabilmente un caso, se lo spettacolo si apre con Luigi Guaineri – attore, qui, oltre che regista –, che entra, alla chetichella quasi, in un palcoscenico ingombro di oggetti – per chi li conosca: immediato il transfert a quei luoghi/umori sempre un po’ sospesi fra ufficio pubblico e frontiera di sopravvivenza -: macchine da scrivere, tavoli, quadri, vestiti, stereo – …ed una panchina, sullo fondo, che fa tanto: “Waitng for Godot” -. Sì, già, ma – entrando – il Guaineri immediatamente inizia a rovistare nel tappeto di fogli sgualciti – e ingialliti dal tempo… -, che simboleggiano quegli appunti scritti fra gli anni “80 e “90 dagli allora internati fruitori della struttura – come non pensare ai nietzscheani ‘biglietti delle follia’? Ma con in più quella natura intima e confidenziale, che ce li fanno più facilmente accostare alla nostrana Alda Merini… -.

    http://www.teatrodelburatto.it/teatroverdi/poetry_in_motion.html
    http://www.teatrodelburatto.it/teatroverdi/poetry_in_motion.html

    Ed intanto dice; anzi cerca di dire: di trovare le parole – ‘ammalati’, ‘assassini’… e poi ancora: ‘perseguitati’ e ‘parenti’, ‘società’… ‘curati’ e ‘amore’, ‘fiducia’ – in un balbettio disorganizzato, sulle prime, che tenacemente cerca un suo senso – sondando le possibili combinazioni, rielaborando le ipotetiche variazione sul tema – e fino a trovarlo in quel: “Gli ammalati e gli assassini sono dei perseguitati. Gli ammalati sono perseguitati dai parenti, gli assassini dalla società. E vanno curati: con l’amore, la confidenza e la fiducia…”. Evidentemente, questo sarà stato scritto da uno dei pazienti di allora, nel tentativo di dar voce e durevolezza ad un suo pensiero. E procede così: in un’alternanza fra prosa e canzoni – e, anche qui: come non pensare al nietzscheano: “La musica non è un’arte, ma una categoria dello spirito umano” o “senza la musica, la vita sarebbe un errore” -, attraverso cui questo gruppo meticciato di utenti delle Botteghe d’Arte e attori – c’è anche un pianista, Sandro Dandria, ad eseguire i brani – ci accompagna nella lettura dei biglietti raccolti e pubblicati nel libro “Folle Amore”, edito da ARCA Onlus nel 1996. Cammei essenziali, spesso canzoni riarrangiate – nei ritmi rallentati e nelle tonalità -, che fanno risuonare in modo ‘altro’, le parole delle pur celeberrime canzoni: “L’isola che non c’è” di Bennato, “Scrivimi” di Nino Buonocore o, ancora, l’ a più riprese riproposta: “Donna cannone” ; e poi “Imagine all the people” o anche “Over the rainbow”. Ma è “Quello che le donne non dicono” della Mannoia, che centra – al cuore! – la questione; è come se fossero ‘malati d’amore’, in fondo: questo, almeno, traspare da quei biglietti… Poi sappiamo bene che la realtà è un po’ più complicata: ce lo mostrano, anche se in modo garbato, alcune scene, quali le fobiche impossibilità di contatti relazionali (specie all’inizio dello spettacolo: al punto che la drammaturgia prevede che un attore esca di scena, non riuscendo a sostenere l’approccio di un’altra degente) o le modalità compulsive (la ragazza che riempie un bicchiere e poi di nuovo lo svuota nel bollitore: e poi ancora, ancora, ancora… come ipnotizzata da quella meccanica ripetitività).

    E così probabilmente è più facile capire cosa porti un pubblico non necessariamente coinvolto – nel senso: non per forza legato a questo progetto riabilitativo o alle risorse messe in campo – ad accostarsi ad un mondo, che fino a qualche decennio fa soltanto veniva ‘sepolto vivo’ in dei ‘lager nel cuore di Milano’ – suggestioni rubate ai biglietti letti in scena -; ed è più facile capire quanto una certa ‘malattia mentale’ sia tangente da vicino ad un normale disagio esistenziale: e quanto, allora, tocchi fare i conti con una realtà che sarebbe troppo facile ghettizzare e delegare in toto ad asettiche strutture proposte – in una testimonianza si racconta di quanti ‘principi, principesse, regine e belle persone’ abitino, anche fra medici e personale, quei luoghi: e a quanto sarebbe un peccato tenerli rinchiusi là dentro, anziché lasciarli andare in giro a diffondersi nel mondo -. Un messaggio che arriva forte e chiaro: passando per la ‘pancia’ – e per l’emozione: canale a cui non deve rinunciare, un teatro che voglia ancora potersi dire tale -, oltre che per la testa – sensibilizzazione: oltre che promozione di competenze con valore socio-relazionale -; e attraverso le immagini: quelle proiettate, in una sorta di filmino super 8 casalingo, in chiosa o quelle del ragazzo ch’ entra in scena lacerando la fessura da lui stesso incisa in un’ipotetica quarta parete o ancora lui – forse solo per casualità -, che si agita sotto un drappo rosso in preda ai suoi fantasmi, a ricordarci – sempre in modo ‘protetto’ e garbato – che non è solo un gioco edulcorato. E – nel frattanto – le mille piccole cose di cui è fatta la vita: ansie, aspettative, paure, speranze, richieste, desideri, che un certo disagio complica, ma da cui non dispensa. Bravi tutti: secondo le proprie competenze e abilità; generoso, in più, chi -come Guaineri – ha saputo spendersi in una presenza ‘prima’, ma ‘inter pares’.