Elisa Occhini e tutta la vivace tenerezza del suo Erbario di famiglia

Se c’è una cosa, che il teatro continua a testimoniarci, è l’importanza – vivifica e aggregante – di ciò che un tempo era il sedersi-attorno-al-fuoco. Qui, infatti, il singolo cessava di essere solipsistica monade, per trovarsi inglobato in una comunità. È, questo, il miracolo del teatro: la capacità di pacificazione inter individuale, che, dal seme della narrazione, esplode nella tridimensionalità dell’azione agita. Sono passati secoli, eppure in fondo è ancora questa la sua magia: ci attira in un cerchio magico, al cui interno qualcuno si fa portavoce di una storia capace, però, di parlare a tutti.

Esattamente questo pare anche l’intento dell’ “Erbario di famiglia” di e con Elisa Occhini.

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Prodotto dal Teatro della Caduta di Torino, è andato in scena, domenica 27 settembre 2020, a un tiro di schioppo da Milano, all’interno del Festival della Biodiversità. Davvero suggestiva la location: Oxi.gen Zambon ovvero una struttura avveniristica a forma di bolla d’aria, sospesa in un laghetto artificiale nel Parco Nord, solitamente utilizzata per la divulgazione scientifica alle famiglie sui temi dell’ossigeno e del respiro.

Entrando, ci si trova proiettati come nell’enorme pancia di una fiabesca balena: un arioso vuoto sferico, esploso verso l’alto, interrotto, nella parte bassa, dalle geometrie lineari della scenografia dello spettacolo ambientato in una serra. Quasi un ossimoro, quello fra l’evanescente ventre-madre e un lavoro duro come quello della terra – pur immediatamente ingentilito dal garbo quasi vezzoso del bianco immacolato, che tutto domina.

erbario di famiglia 2.jpgE qui arriva lei, una donnina esile, resa ancor più tale dall’amplificazione dello spazio e dall’ostentata fatica causatale dalla sua condizione di gravidanza inoltrata. Candida, nella sua tuta da giardinaggio color latte, lascia trasparire la pancia vistosa e i piedini scalzi, che ci dicono di un rapporto viscerale e bambinesco con la terra. L’accompagna una struggente nenia dialettale, turbinante folata di fisarmonica, che sa di antico e di buono, di autentico e incomprensibile… eppure lascia intuire tutta la forza di un legame, che affonda le radici nella trina preziosa del lavoro assiduo, sereno e ininterrotto di intere generazioni di donne. Un atto d’amore al femminile, inteso non tanto in senso politico o in alcun modo rivendicativo, quanto piuttosto come quel quid di garbato e arguto, gentile, delicato eppure fattivo, che spesso fa da contrappunto all’azione bonariamente impacciata delle figure maschili e, non di rado, si annida in certi loro vezzi – quali l’eccessivo uso di acqua di Colonia del nonno, nelle grandi occasioni, quasi a compensare le sue insicurezze.

È un racconto in prima persona, sereno e rasserenante, quello che la protagonista sciorina al semino, che le lievita in pancia. Un inconfessabile speriamo che sia femmina, forse solo per l’emozione e la gioia di poter affidare, ancora una volta, il testimone di donna in donna. Già, perché lungi da qualsiasi rivendicazione femminista, c’è invece una grazia tutta materna nella matriarcale processione di figure femminili, che si succedono nei suoi ricordi: dal cinguettio reticente della madre, che si schernisce in fantasie su fiori e semi, di fronte alle sue domande bambine sul da dove veniamo?, alla maestra delle elementari e a quel compito sull’albero genealogico; dalla compagnuccia, a cui avevano detto ch’era stata portata non dalla cicogna o nata sotto a un cavolo, ma niente di meno che da Gesù Bambino, alla futura suocera, guarda caso fioraia, e al bizzarro bouquet nuziale pensato per lei, fino all’asciutta e prosaica pragmaticità tutta ligure della nonna, tratteggiata con una vivacità coinvolgente e commovente. Contrappunto a queste figure di donne, certo diverse fra loro, ma attraverso le quali Elisa Occhini fluisce con un’encomiabile vivacità interpretativa, quelle di uomini quasi appena abbozzati. Eppure ci vengono resi attraverso un tratteggio puntuale e capace di restituircene tutta l’umana dissimulata fragilità, di cui è capace solo lo sguardo carezzevole di compagne attente, figlie devote e nipoti predilette e affezionate.

Una vivacità di genere e di generi, quella che si alterna nelle sequenze narrative, che ci accompagnano dal pianto al riso, alla commozione fino alla sospensione, quando l’emozione trabocca e si fa muta… È qui che l’azione scenica, altrove dalla concretezza terrigna della fatica, svapora in equilibrismi onirici, capaci di sorprenderci per la loro simbologia o intenerirci per la delicatezza di magie da teatro di strada. Così è la vita, col suo andamento ciclico, che torna a ripetersi, mutatis mutandi, fluendo attraverso le esistenze dei singoli. Così è il teatro, quello capace di trattenerci in quel cerchio magico, all’interno del quale soltanto sappiamo che potrà tornare a fiorire la vita.